Alimentazione nella prima infanzia 0-2 anni

Durante i primi anni di vita del bambino è essenziale fare molta attenzione a cosa mangia e, soprattutto, educarlo fin da piccolo ad alimentarsi correttamente. Nei primi mesi di vita, non vi sono molti dubbi su cosa costituisca la migliore alimentazione di un neonato, il latte materno quando è disponibile è senza dubbio la scelta più giusta. In alternativa è possibile ricorrere al latte in polvere costituito da latte di mucca trattato in modo da somigliare il più possibile a quello umano, ugualmente digeribile e con un contenuto in minerali e vitamine adeguato ai fabbisogni dei primi mesi di vita del bambino. I primi anni di un bambino sono i più importanti anche dal punto di vista della prevenzione delle malattie nell’adulto. Il metabolismo di un individuo viene influenzato dai primi approcci con il cibo.

L’importanza dell’allattamento al seno

L’allattamento al seno oltre a fornire al bambino tutto ciò di cui ha bisogno garantisce anche la costruzione di una buona flora batterica intestinale, stimola la formazione del sistema immunitario e permette una corretta idratazione. L’allattamento al seno ha inoltre un importante ruolo psicologico, rafforza il rapporto tra la mamma e il bambino e assolve anche al compito di rassicurare il piccolo attraverso il contatto fisico e la mamma ha un profondo senso di soddisfazione emotiva. Immediatamente dopo il parto, inoltre, uno stretto contatto favorisce lo sviluppo di questo rapporto chiamato bonding.

Ha anche un duplice effetto positivo nella prevenzione dei tumori: sul bambino, perché favorisce lo sviluppo corretto del sistema immunitario e aiuta a controllare il peso, e sulla mamma, perché l’allattamento è un fattore protettivo nei confronti del cancro del seno. Per tutti questi motivi, supportati anche da constatazioni sul campo, OMS e UNICEF raccomandano l’allattamento al seno. Fortunatamente ogni neonato gode anche di una immunità innata trasmessagli dalla madre durante la gestazione attraverso la placenta1.

Anche l’alimentazione al biberon, però, se è necessaria, può portare qualche vantaggio psicologico, per esempio quello di facilitare la creazione di un legame fisico e affettivo anche con il padre fin dai primi giorni di vita. 

Vi è una grande dibattito tra i pediatri, tra i sostenitori dell’allattamento a richiesta, in cui il bambino viene nutrito ogni volta che ha fame, e l’allattamento programmato, in cui si cerca di far trascorrere, tra una poppata e l’altra, un certo numero di ore che varie con l’età del piccolo. L’allattamento a richiesta facilita la relazione col piccolo e l’autoregolamentazione dell’organismo, mentre l’allattamento programmato permette di valutare più facilmente le quantità di nutrienti assunti e di regolare i ritmi di vita dei più piccoli e, di conseguenza, anche dei genitori che lo accudiscono. 

Composizione calorica e nutrienti del latte

Il latte materno per 100 grammi fornisce circa 70 chilocalorie. I carboidrati costituiscono circa il 56 % della sua composizione, i grassi il 36 % e le proteine l’8 %. Il latte materno è diverso da quello in polvere: la sua composizione proteica è differente da quella del latte artificiale, in particolare per quanto riguarda l’apporto di caseina. Il latte della mamma contiene anche lattoferrina e immunoglobuline che sono assenti nei latti artificiali2. Il latte in polvere deve per legge ricalcare le proporzioni dei nutrienti presenti nel latte materno, che sono determinate dal fabbisogno del neonato, ma non sempre è possibile “copiare” esattamente la natura. Sia il latte materno sia quello in polvere sono ricchi di grassi, in una proporzione che non troveremo più nella dieta di bambini più grandi e nemmeno degli adulti. I grassi sono fondamentali perché costituenti principali del sistema nervoso centrale che completa la sua maturazione nelle prime fasi della vita extrauterina. Oggi esistono anche sostitutivi del latte di mucca, sia per i primi mesi di vita sia per la fase di svezzamento e oltre. Si tratta di prodotti a base di soia o di riso. In alcuni casi viene usato anche il latte di mandorla.

Articolo scritto dalla Dott.ssa Elena Corradeschi


Bibliografia
  1. Maffei, F. (2000). Primo cibo, primo amore. L’importanza dell’allattamento materno e della relazione favorevole (Vol. 100). FrancoAngeli.
  2.     Alais, C. (2000). Scienza del latte. Tecniche nuove.

Domenica prossima un articolo su lo Svezzamento!

Gastroenterite virale sintomi e raccomandazioni

Cos’è la gastraenterite

La gastroenterite, chiamata anche influenza intestinale è una malattia di origine virale che colpisce stomaco e/o intestino tenue e crasso ed ha un decorso piuttosto breve di 24/48 ore. I virus più comuni responsabili di questa malattia sono rotavirus, norovirus e adenovirus (1). Nonostante non sia causata da virus influenzali, spesso si confonde con l’influenza vera e propria che invece colpisce l’apparato respiratorio, provocando febbre, disturbi respiratori, congestione, dolori muscolari e stanchezza.

La gastroenterite può colpire neonati, bambini, anziani e persone con ridotte difese immunitarie, i sintomi hanno un esordio improvviso e regrediscono nel giro di qualche giorno. Non vengono colpiti i bambini al di sotto dei 6 mesi (in quanto protetti dagli anticorpi materni (IgG) trasmessi per via placentare e dalle IgA presenti nel latte materno), mentre si calcola che circa il 95% dei bambini, entro i tre anni di età, va incontro ad almeno un episodio di gastroenterite virale, generalmente indotto da rotavirus.

Ad alto rischio sono gli anziani, le donne in gravidanza, i neonati, i soggetti denutriti, le persone immunocompromesse. I bambini piccoli (asili nido, scuole elementari) possono essere particolarmente vulnerabili, perché il loro sistema immunitario non è ancora maturo e gli anziani in quanto il loro sistema immunitario tende a diventare meno efficiente. In questi soggetti a rischio dobbiamo fare molta attenzione alla disidratazione, un campanello di allarme è rappresentato da sintomi che persistono oltre 5/7 giorni, magari con febbre ricorrente. Alcuni segni possono aiutarci a capire se è in atto una disidratazione (2), tra questi:

  • occhi infossati
  • sensazione di testa vuota
  • sonnolenza
  • letargia
  • aumento della sete
  • sensazione di secchezza e di appiccicaticcio della mucosa orale
  • perdita di elasticità cutanea
  • riduzione della produzione di urina
  • riduzione della lacrimazione

Diagnosi 

La diagnosi della gastroenterite virale si basa sui sintomi, sull’esame fisico del paziente, e talvolta sulla consapevolezza della contestuale presenza di identici quadri clinici nella comunità in cui vive il paziente. E’ possibile effettuare una diagnosi diretta attraverso test rapidi in grado di rilevare nelle feci la presenza del virus, o in maniera indiretta, escludendo possibili infezioni batteriche o parassitarie.

Trattamento, alimentazione consigliata e raccomandazioni

Dato che si tratta di un disturbo il più delle volte di natura virale, non esiste un farmaco specifico che permette di curare la gastroenterite virale in modo mirato ed efficace. In questi casi, l’unico modo per guarire è intraprendere una terapia farmacologica volta a curare i sintomi più fastidiosi come diarrea, crampi addominali e vomito. È possibile assumere paracetamolo per alleviare il disagio e riposare in abbondanza.

Di fondamentale importanza è bere molti liquidi ed apposite soluzioni reidratanti a piccoli sorsi ma frequenti, ed evitare di assumere antidiarroici che potrebbero ritardare l’eliminazione dei virus nelle prime fasi. In fase acuta è necessario evitare alimenti solidi, per far riposare il tubo digerente. Per rinforzare le vie digestive messe duramente alla prova dall’infezione, può essere utile assumere probiotici in grado di ripopolare il microbiota intestinale e ripristinare l’equilibrio (3). I più indicati sono quelli a base di Saccharomyces boulardii e Lactobacillus rhamnosus GG, che esercitano un’azione antinfiammatoria e contribuiscono a mantenere integro il tessuto che riveste l’intestino. Una metanalisi della Cochrane ha raccolto i risultati di 23 studi controllati, randomizzati, realizzati in diversi Paesi su un totale di 352 adulti e 1.441 bambini con diarrea di origine infettiva. Il trattamento con vari probiotici è in grado di abbreviare la durata media della diarrea di 1,3 giorni rispetto al placebo o a nessun trattamento (4). 

Passata la fase più critica si potrà riprendere una alimentazione fatta di cibi nutrienti, leggeri e poco conditi in pasti frazionati per non appesantire lo stomaco. Non esistono regole rigide da seguire: è sufficiente indirizzarsi verso alimenti freschi, ricchi di vitamine e sali minerali, come frutta, verdura, carboidrati complessi e facilmente digeribili; senza dimenticare piccole quantità di carne magra o pesce, cucinate in modo semplice e con pochi grassi.

Si consiglianp pertanto:

  • pasta in bianco
  • pane tostato e alimenti secchi (taralli semplici, grissini ecc.)
  • riso, senza disperdere l’amido che si sprigiona con la bollitura, in quanto sostanza utile nella diarrea
  • patate bollite
  • polenta
  • passati di verdure (zuppa di carote in particolare, le carote possono anche essere consumate crude)
  • limone
  • banane 
  • carni magre, facilmente digeribili (meglio, quindi, se cotte al vapore), in particolare pollo e tacchino
  • pesce, anch’esso bollito o cotto al vapore; prediligere quello azzurro, come il merluzzo
  • parmigiano, formaggio facilmente digeribile e di alto valore nutrizionale

Sono al contrario da evitare:

  • bevande bollenti o troppo calde (la temperatura troppo elevata può irritare le pareti intestinali)
  • cibi troppo elaborati e grassi: fritti, dolciumi, cibi piccanti o molto conditi
  • latte e derivati del latte (formaggi, burro e yogurt) in quanto, nel corso della virosi, la mucosa intestinale è impoverita delle sostanze necessarie per la digestione di questi alimenti
  • caffeina (azione irritante sulla mucosa intestinale)
  • alcol (azione disidratante),
  • fumo e bibite gassate

Importante anche l’assunzione di un multivitaminico e in particolare di vitamina C (presente nel ribes rosso oltre che in arance, limoni, pompelmo, kiwi, etc.) per via del suo ruolo immunostimolante, e delle vitamine del gruppo B (dalla vitamina B1 alla B12) per la loro comprovata utilità nel fornire energia durante gli stati di affaticamento e per supportare le attività neurocognitive del sistema nervoso migliorando così memoria, concentrazione e tolleranza allo stress.

Articolo scritto dalla Dott.ssa Elena Coradeschi

Bibliografia

            1. Oh, D. Y., Gaedicke, G., & Schreier, E. (2003). Viral agents of acute gastroenteritis in German children: prevalence and molecular diversity. Journal of medical virology71(1), 82-93.

            2. Weinberg, A. D., Minaker, K. L., Coble, Y. D., Davis, R. M., Head, C. A., Howe, J. P., … & Skelton, W. D. (1995). Dehydration: evaluation and management in older adults. Jama274(19), 1552-1556.

            3. Fooks, L. J., Fuller, R., & Gibson, G. R. (1999). Prebiotics, probiotics and human gut microbiology. International dairy journal9(1), 53-61.

            4. Allen S et al. Probiotics for treating infectious diarrhoea (Cochrane Review). In: The Cochrane Library, Issue 4, 2004.

            5. Wen, L., Ley, R. E., Volchkov, P. Y., Stranges, P. B., Avanesyan, L., Stonebraker, A. C., … & Gordon, J. I. (2008). Innate immunity and intestinal microbiota in the development of Type 1 diabetes. Nature455(7216), 1109.

Influenza 2018-2019: il picco a fine Gennaio

Indice

Cos’è l’influenza

L’influenza è una malattia infettiva acuta causata da virus, essendo molto contagiosa assume le caratteristiche di una epidemia. Ogni anno, in generale, si manifesta tra dicembre e gennaio ed investe milioni di persone in tutto il mondo.

Dall’inizio della stagione, l’influenza 2018-2019 ha messo a letto più di 1,5 milioni di italiani. Tuttavia i numeri sono destinati a crescere e il picco massimo di quest’anno, a differenza dagli altri anni avverrà tra fine gennaio e i primi di febbraio, colpendo circa 5 milioni di italiani (1). 

Stando ai rapporti diffusi dall’ISS (Istituto Superiore di Sanità) solo nella prima settimana di gennaio l’influenza avrebbe fatto registrare 323mila nuovi casi (un’incidenza pari a 5,7 ogni mille assistiti), portando a quota 1.813.000 le persone colpite dall’inizio della stagione influenzale. Piemonte, Lazio, Abruzzo, Campania e Sicilia sono le Regioni più colpite dal virus con oltre 6 nuovi malati per 1000 assistiti. 

Nel mondo è responsabile di circa 650000 morti ogni anno (dati OMS) e questo dato è limitato al conteggio dei casi fatali legati a complicazioni respiratorie, quindi l’impatto reale è con buona probabilità ancora maggiore; se la maggior parte dei pazienti si riprende entro pochi giorni/settimane, i pazienti a rischio possono sviluppare complicanze a seni paranasali, orecchie, tratto respiratorio e addirittura a cuore e cervello.

Colpisce principalmente l’apparato respiratorio, dal naso ai polmoni. Ciò che caratterizza questa malattia, oltre alla grande contagiosità, è la capacità che hanno i virus di mutare di stagione in stagione, obbligando così il nostro sistema immunitario a produrre nuovi anticorpi in modo da sconfiggerli. Anche se ha generalmente decorso benigno, l’infezione può essere grave o addirittura mortale per alcune categorie a rischio. Per questo motivo, un ruolo fondamentale nella difesa della nostra salute, lo riveste la vaccinazione annuale, soprattutto per quelle categorie a rischio come bambini, donne in gravidanza, anziani sopra i 65 anni e soggetti affetti da patologie cardiache, respiratorie ed immunitarie. È inoltre consigliato a tutte quelle categorie di lavoratori particolarmente esposti al virus quali operatori sanitari e scolastici.

Sintomi

I sintomi dell’influenza compaiono improvvisamente, dopo un periodo di incubazione di circa 2 giorni, il paziente manifesta la brusca comparsa di:

  • brividi
  • febbre
  • mal di testa
  • dolori muscolari
  • tosse
  • mal di gola
  • congestione nasale 
  • stanchezza
  • sudorazione

Meno comuni sono invece i sintomi gastrointestinali come nausea e vomito, tranne che nella popolazione pediatrica dove si presentano con maggior frequenza. La maggior parte delle persone colpite recupera completamente nel giro di 7-10 giorni.

Oltre all’influenza “tradizionale”, inoltre, sta girando anche il norovirus, un virus che sta causando forti gastroenteriti di origine non batterica. Il norovirus causa infezioni di breve durata, circa due giorni, ma caratterizzati da violenti attacchi di vomito e diarrea (2). È un virus molto contagioso che non dà praticamente scampo. La sua diffusione è comunissima, specie negli ambienti lavorativi ma anche nei posti molto affollati come le scuole. Durante la fase acuta dell’attacco è importante bere molta acqua per prevenire la disidratazione.

Trasmissione

I virus dell’influenza si diffondono principalmente tramite le goccioline di saliva emesse tossendo, starnutendo o parlando. Queste goccioline possono arrivare in bocca o nel naso di individui vicini o essere eventualmente inalate nei polmoni. Oppure mediante il contatto delle nostre mani con superfici di oggetti contaminati. L’influenza diffonde rapidamente soprattutto in ambienti affollati, come uffici, mezzi di trasporto, scuole, ospedali, centri commerciali ecc. Per evitare il contagio, si dovrebbe stare lontano dagli ammalati e stare a casa se colpiti in prima persona. Un importante accorgimento è lavarsi le mani spesso con acqua e sapone. La maggior parte degli adulti sani può trasmettere l’influenza dal giorno prima della comparsa dei sintomi fino a 5-7 giorni dopo. I bambini possono trasmettere il virus per più di 7 giorni. I sintomi iniziano 1-4 giorni dopo l’ingresso nel corpo del virus. Ciò significa che si può essere contagiosi prima di sapere di essersi ammalati, nonché durante il decorso. Alcuni possono infettarsi ma non sviluppare sintomi. In tale periodo, possono però trasmettere il virus ad altri. I virus resistono particolarmente bene anche nell’ambiente e la trasmissione è facilitata da ambienti affollati, situazioni di bassa temperatura ed alta umidità. Il virus influenzale è diffuso in tutto l’organismo, anche nel latte, dove peraltro sono presenti anche gli anticorpi. La trasmissione dell’infezione, però, avviene soprattutto per via “aerea”, quindi, per evitare di contagiare il bambino è consigliabile allattare mettendo una mascherina sulla bocca.

Come prevenire l’influenza

Alcune semplici abitudini aiutano a prevenire la diffusione delle malattie infettive in generale, e quelle che si trasmettono per via aerea come l’influenza:

  • Lavare spesso le mani con acqua e sapone, in particolare dopo avere tossito e starnutito e dopo aver frequentato luoghi e mezzi di trasporto pubblici. Lavarsi spesso le mani rappresenta sicuramente l’intervento preventivo di prima scelta, ed è la pratica riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), tra le più efficaci per il controllo della diffusione delle infezioni anche negli ospedali.
  • Coprire naso e bocca con un fazzoletto (possibilmente di carta) quando si tossisce e starnutisce e gettare immediatamente il fazzoletto usato.
  • Evitare di toccare occhi, naso e bocca con le mani non lavate; i germi, e non soltanto quelli dell’influenza, si diffondono in questo modo.
  • Rimanere a casa se malati, evitando di intraprendere viaggi e di recarvi al lavoro o a scuola, in modo da limitare contatti possibilmente infettanti con altre persone.

Come comportarsi ai primi sintomi

È molto importante bere molti liquidi, soprattutto se avete la febbre alta e sudate molto, per evitare di andare incontro a stati di disidratazione più o meno significativa, che aumentano la debilitazione e riducono la capacità dell’organismo di contrastare i microrganismi patogeni. A rischiare maggiormente la disidratazione e i suoi effetti sfavorevoli sono soprattutto i bambini più piccoli e gli anziani, che sono anche le due categorie di persone che percepiscono meno lo stimolo della sete e vanno, pertanto, invitate a bere spesso acqua o qualunque altro liquido sia gradito (succhi di frutta, camomilla, tisane, tè leggero, latte, brodi ecc.). Inoltre, dal momento che qualunque infezione fa sentire un po’ deboli e giù di corda, diamo la giusta importanza al riposo, dormire aiuta a sconfiggere l’influenza. Gli esperti hanno scoperto una proteina chiamata Acpb che viene prodotta dal cervello durante il sonno e che è in grado di innescare azioni antifiammatorie e di contrastare l’influenza. Con il sonno e il riposo il nostro organismo si rigenera e si avvia verso la guarigione (3).

E’ consigliabile areare periodicamente gli ambienti, sia per migliorare la respirazione sia per abbassare la concentrazione nell’aria dei virus dell’influenza e ridurre pertanto la probabilità di trasmissione ad altre persone. 

Anche lavarsi le mani spesso con acqua e sapone o gel disinfettanti, usare biancheria separata in bagno e mettere in lavastoviglie bicchieri, tazze e posate immediatamente dopo l’uso sono buone strategie di prevenzione in ambito familiare, da rispettare durante tutta la durata dell’influenza (o di altre malattie infettive da raffreddamento, anche meno importanti).

Rimedi farmacologici

I farmaci possono aiutare ad alleviare febbre e malessere generale ma anche prevenire il rischio di convulsioni nei bambini più piccoli predisposti, in caso di episodi febbrili caratterizzati da bruschi innalzamenti e altrettanto repentine riduzioni della temperatura corporea.

Per pazienti sopra i 16 anni che non soffrono di patologie croniche che impongono l’assunzione di farmaci specifici, si può ricorrere ai FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei).

I FANS, come per esempio ibuprofene, ketoprofene e acido acetilsalicilico, agiscono da antipiretici, antinfiammatori e analgesici, e la loro efficacia e sicurezza sono comprovate da un uso consolidato su decine di milioni di persone in tutto il mondo. Ogni singola assunzione vi permetterà di abbassare rapidamente la temperatura corporea, alleviare i dolori osteomuscolari e il mal di testa e di stare complessivamente meglio. Anche per i bambini sono indicati alcuni tipi FANS ma è sempre preferibile interpellare il pediatra prima di somministrare il farmaco e ricevere dal medico precise indicazioni sul dosaggio da impiegare (stabilito in base al peso e all’età) e sui tempi della cura (intervallo tra le somministrazioni e giorni totali di terapia). Esistono anche altri farmaci che possono aiutare ad alleviare i sintomi dell’influenza.

Sia negli adulti sia nei bambini, prima di assumere antipiretici è bene verificare con l’aiuto di un termometro affidabile la temperatura corporea presente: in generale, se la temperatura è inferiore a 38,0°C, non si dovrebbero usare farmaci per abbassarla perché, entro certi limiti, la febbre è una reazione fisiologica dell’organismo che aiuta a combattere i microrganismi patogeni e favorisce la guarigione. Tuttavia, se il malessere associato all’influenza è notevole o in caso di bambini che tendono ad avere convulsioni, gli antipiretici possono essere impiegati anche in caso di febbre modesta (37,5-38°C). Una febbre molto elevata (superiore a 39,0-39,5°C), d’altro canto, deve essere sempre guardata con sospetto, soprattutto se non scende dopo 2-3 dosi di antipiretico (opportunamente distanziate nel tempo) e se si associa a uno stato di prostrazione evidente, specie nei bambini e negli anziani. In questi casi, va sempre interpellato il medico per una valutazione competente e per svolgere gli approfondimenti del caso. 

Cosa non fare: antibiotico-resistenza

Un comportamento sbagliato ma ancora molto comune è quello di assumere un qualunque antibiotico disponibile ai primi sintomi di un mal di gola o febbre. Gli antibiotici sono farmaci importantissimi ed efficaci ma non contro qualsiasi malattia infettiva. Essi possono uccidere solo i batteri, occorre pertanto distinguere un’infezione virale da una batterica. Tant’è che batteri diversi si curano con antibiotici differenti! Solo il medico, grazie alla sua esperienza, potrà valutare se è necessario o meno prescrivere l’antibiotico e quale sia quello giusto. Ci sono poi altre ottime ragioni per non assumere antibiotici ai primi segni di febbre, raffreddore o per un banale mal di gola. La prima è che assumere antibiotici in modo scorretto espone inutilmente al rischio di effetti indesiderati (disturbi intestinali e reazioni allergiche) che possono essere anche gravi. Inoltre l’uso improprio di antibiotici aumenta il rischio di sviluppare resistenze, per cui i batteri diventano immuni ai farmaci rendendo le cure inefficaci per tutti. Il fenomeno dell’antibioticoresistenza batterica in ambito clinico costituisce un grave problema di salute pubblica, essendo legato ad aumenti dei tassi di morbosità e mortalità dei pazienti affetti da queste infezioni (4). Per contrastare il fenomeno occorre focalizzare gli sforzi su un trave di antibiotici sempre più mirato al paziente e all’infezione in atto. É imperativo che le organizzazioni sanitarie mettano in campo strategie e attività per migliorare la cultura e la sensibilità dei clinici a una maggiore appropriatezza e attenzione nell’utilizzo degli antibiotici. La sorveglianza dell’uso degli antibiotici e delle resistenze risulta quindi di fondamentale importanza per valutare le dimensioni e l’andamento del fenomeno, e per misurare l’efficacia degli interventi messi in atto per contenerlo. Gli antibiotici funzionano solo se sono presi nelle dosi giuste e nei tempi stabiliti per cui, prima di assumerli, è sempre necessario consultare un medico!

Vaccini: un po’ di informazioni

Influenza stagionale 2018-2019: il punto della situazione 

La rilevazione dei dati delle sindromi influenzali (InfluNet) è iniziata, come di consueto nella 42esima settimana del 2018 (lunedì 15 ottobre 2018) e terminerà nella 17esima settimana del 2019 (domenica 28 aprile 2019), salvo ulteriori comunicazioni legate alla situazione epidemiologica nazionale.

Durante la 2a settimana del 2019, brusco aumento dei casi di sindrome influenzale, sebbene l’incidenza si mantiene ad un livello di bassa entità. Il numero di casi stimati in questa settimana è pari a circa 431.000, per un totale, dall’inizio della sorveglianza, di circa 2.246.000 casi.


Articolo scritto dalla Dott.ssa Elena Coradeschi


Bibliografia 

    • Jones, M. K., Watanabe, M., Zhu, S., Graves, C. L., Keyes, L. R., Grau, K. R., … & Tibbetts, S. A. (2014). Enteric bacteria promote human and mouse norovirus infection of B cells. Science346(6210), 755-759.
    • Davis, C. J., Dunbrasky, D., Oonk, M., Taishi, P., Opp, M. R., & Krueger, J. M. (2015). The neuron-specific interleukin-1 receptor accessory protein is required for homeostatic sleep and sleep responses to influenza viral challenge in mice. Brain, behavior, and immunity47, 35-43.
    • Alanis, A. J. (2005). Resistance to antibiotics: are we in the post-antibiotic era?. Archives of medical research36(6), 697-705.

Vaccini: un po’ di informazioni

Il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (PNPV), approvato in Conferenza Stato-Regioni il 19 gennaio 2017 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 febbraio 2017, costituisce il documento di riferimento in cui si riconosce, come priorità di sanità pubblica, la riduzione o l’eliminazione del carico delle malattie infettive prevenibili da vaccino, attraverso l’individuazione di strategie efficaci e omogenee da implementare sull’intero territorio nazionale (5). Per quanto riguarda l’influenza, il PNPV ha come obiettivo il raggiungimento di coperture per la vaccinazione antinfluenzale del 75%, come obiettivo minimo perseguibile, e del 95%, come obiettivo ottimale, negli ultrasessantacinquenni e nei gruppi a rischio. Il periodo destinato alla conduzione delle campagne di vaccinazione antinfluenzale è quello autunnale, a partire dalla metà di ottobre fino a fine dicembre, fatte salve specifiche indicazioni (.

In Italia sono disponibili due tipologie di vaccini anti-influenzali:

Vaccini influenzali inattivati (VII)

Attualmente in Italia sono disponibili Vaccini antinfluenzali Trivalenti (TIV) che contengono 2 virus di tipo A (H1N1 e H3N2) e un virus di tipo B e Vaccini antinfluenzali Quadrivalenti (QIV) che contengono 2 virus di tipo A (H1N1 e H3N2) e 2 virus di tipo B.
Uno dei prodotti trivalenti contiene l’adiuvante MF59, un’emulsione olio-in-acqua composta da squalene come fase oleosa. Gli altri prodotti inattivati non contengono un adiuvante.

Vaccino influenzale vivo attenuato quadrivalente (LAIV)

E’ un vaccino influenzale vivo attenuato somministrato con spray intranasale e autorizzato per l’uso in persone di età compresa tra 2 e 59 anni. I ceppi influenzali contenuti nel quadrivalente sono attenuati in modo da non causare influenza e sono adattati al freddo e sensibili alla temperatura, in modo che si replichino nella mucosa nasale piuttosto che nel tratto respiratorio inferiore.

Il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2017-19 raccomanda il raggiungimento della massima protezione possibile in relazione al profilo epidemiologico prevalente e alla diffusione dei ceppi. In considerazione del fatto che, per il quarto anno consecutivo, si è verificato il mis-match tra il ceppo circolante predominante dell’influenza B e il ceppo presente nel vaccino trivalente, il Centro Europeo per il controllo delle Malattie (ECDC) raccomanda ai Paesi Membri l’uso del vaccino quadrivalente.

Pertanto, sarebbe preferibile, a partire dai 6 mesi d’età, l’utilizzo del vaccino quadrivalente QIV per l’immunizzazione dei bambini e degli adolescenti, degli operatori sanitari, degli addetti all’assistenza e degli adulti con condizioni di malattia cronica.

Nelle donne in gravidanza, dato che il rischio maggiore è rappresentato dalle infezioni da virus A/H1N1pdm09, è possibile somministrare sia la formulazione trivalente che quadrivalente.

Il vaccino trivalente (TIV) adiuvato e non, e il quadrivalente (QIV) sono i prodotti raccomandati per gli adulti di età ≥ 65 anni. Dato il peso della malattia influenzale da virus A (H3N2) nei grandi anziani (75+) e l’evidenza di una migliore efficacia in questo gruppo di età, si prevede che, in questa categoria, la formulazione adiuvata del vaccino TIV, dovrebbe fornire una protezione superiore rispetto al vaccino non adiuvato trivalente e quadrivalente. La funzione degli adiuvanti è quella di potenziare la risposta immunitaria alla vaccinazione, per questo trovano particolare indicazione per l’immunizzazione dei soggetti anziani e di quelli poco rispondenti.

Il vaccino antinfluenzale è indicato per tutti i soggetti che desiderano evitare la malattia influenzale e che non abbiano specifiche controindicazioni e viene offerta attivamente e gratuitamente ai soggetti che per le loro condizioni personali corrano un maggior rischio di andare incontro a complicanze nel caso contraggano l’influenza.

Sulla base della Circolare del Ministero della Salute (5), la vaccinazione antinfluenzale è raccomandata per:
  • Donne che all’inizio della stagione epidemica si trovano nel secondo e terzo trimestre di gravidanza
  • Soggetti dai 6 mesi ai 65 anni di età affetti da patologie che aumentano il rischio di complicanze da influenza:
  1. malattie croniche a carico dell’apparato respiratorio (inclusa l’asma grave, la displasia broncopolmonare, la fibrosi cistica e la broncopatia cronico ostruttiva-BPCO)
  2. malattie dell’apparato cardio-circolatorio, comprese le cardiopatie congenite e acquisite
  3. diabete mellito e altre malattie metaboliche (inclusi gli obesi con BMI >30)
  4. insufficienza renale/surrenale cronica
  5. malattie degli organi emopoietici ed emoglobinopatie
  6. tumori
  7. malattie congenite o acquisite che comportino carente produzione di anticorpi, immunosoppressione indotta da farmaci o da HIV
  8. malattie infiammatorie croniche e sindromi da malassorbimento intestinali
  9. patologie per le quali sono programmati importanti interventi chirurgici
  10. patologie associate a un aumentato rischio di aspirazione delle secrezioni respiratorie (ad es. malattie neuromuscolari)
  11. epatopatie croniche.
  • Soggetti di età pari o superiore a 65 anni.
  • Bambini e adolescenti in trattamento a lungo termine con acido acetilsalicilico, a rischio di Sindrome di Reye in caso di infezione influenzale.
  • Individui di qualunque età ricoverati presso strutture per lungodegenti

Riepilogo degli indicatori disponibili per i casi di influenza 2018-2019

  • Casi gravi: Nella 2a settimana del 2019 sono stati segnalati 78 casi gravi da influenza confermata di cui 15 deceduto.
  • Mortalità: Durante la prima settimana del 2019 la mortalità è stata inferiore al dato atteso, con una media giornaliera di 235 decessi rispetto ai 255 attesi.
  • InfluWeb: durante la 2a settimana del 2019, circa il 72% dei casi di sindrome simil-influenzale riferisce di non essere stato visitato da un medico del Servizio sanitario nazionale ma di aver avuto una sindrome simil-influenzale.
  • InfluNet-Epi: nella 2a settimana del 2019 l’incidenza totale è pari a 7,1 casi per mille assistiti.
  • InfluNet-Vir: durante la settimana 02/2019 di sorveglianza virologica, si osserva un ulteriore incremento dei campioni positivi all’influenza. Tra questi, i virus di tipo A sono largamente dominanti (99%) sui virus B. In particolare, si registra una co-circolazione di virus influenzali A(H1N1)pdm09 e A(H3N2), con prevalenza di A(H1N1)pdm09.

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Curcuma, le proprietà di una spezia antichissima

La Curcuma

La curcuma, dall’arabo “Kurcum” che significa giallo, è una spezia antichissima ottenuta dalla essiccazione e macinazione del rizoma di Curcuma Longa (detta anche Turmeric) che ha dimostrato nell’arco dei secoli notevoli proprietà. Componente tra le altre cose del curry, è detta anche “Golden spice“, e da circa 4000 anni viene utilizzata quotidianamente dalle popolazioni dell’India come componente fondamentale della medicina Ayurvedica ma anche della loro cucina.

Le proprietà curative di questa pianta, oramai conosciuta da molto tempo dalla medicina tradizionale indiana, sono attualmente protagoniste di numerosi studi. Emerge infatti un notevole potere antinfiammatorio ed antiossidante della Curcuma che la rende un ottimo alleato in numerose patologie a base infiammatoria. Ad oggi l’infiammazione è considerata l’anticamera di patologie che vanno dalle più comuni infiammazioni articolari, alle più importanti patologie autoimmuni, ai tumori, all’Alzheimer, alle complicazioni cardiovascolari ed alla depressione.

A dimostrare l’importanza che rivestono i fattori antinfiammatori, intesi come prevenzione ma anche come cura, secondo Oshima et al. (2014), il 25% di tutti i tumori maligni sono la conseguenza di infammazione cronica e stress ossidativo. In conseguenza a tali affermazioni negli ultimi anni è stata presa in considerazione la possibilità di utilizzare i cosiddetti farmaci antinfiammatori, in particolare i FANS (nimesulide, ibuprofene, acido acetilsalicilico ecc.) per la cura e la prevenzione di patologie come i tumori e patologie cardiovascolari. Purtroppo i numerosi effetti collaterali in termini di gastrolesività e cardiotossicità hanno reso tale possibile utilizzo non applicabile. Da qui nasce questa crescente attenzione nei confronti di prodotti di origine naturale come la curcumina, che presenta buoni valori nella risposta antinfiammatoria ed antiossidante e bassi profili di tossicità.

Curcuma Longa e Curcumin

Le proprietà della Curcuma sono dovute alla presenza dei curcuminoidi, molecole dotate di attività antiossidante della classe dei polifenoli, sostanze presenti in natura in numerosi alimenti che noi mediterranei conosciamo molto bene: frutta, verdura, cereali, legumi, olio extravergine di oliva, ma anche cioccolato fondente, vino rosso, tè e caffè.
I polifenoli rappresentano i composti in primo piano della dieta mediterranea che è caratterizzata da un’ attività antinfiammatoria e preventiva di numerose patologie, tanto da essere stata valorizzata dalle ricerche epidemiologiche e cliniche di questi ultimi anni (Benelli et al., 2015).

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Di tutte le varietà di Curcuma quella Longa è la più conosciuta e studiata. Dalla procedura di estrazione con solventi si ottengono concentrazioni di Curcumin (o Curcumina) il curcuminoide più importante, che variano dal 2 al 7% a seconda della qualità della pianta. Il Curcumin, costituisce il 95-97% dei curcuminoidi e le sue proprietà antiossidanti ed antinfiammatorie sono proprio dovute alla sua struttura molecolare. Le problematiche più importanti nell’utilizzo della Curcuma riguardano proprio il fatto che il Curcumin ha una bassa biodisponibilità, motivo per cui gli studi recenti si sono concentrati su formulazioni ad aumentata biodisponibilità del principio attivo stesso.

Curcuma e proprietà

La Curcuma, ha dimostrato proprietà importanti, convalidate da numerosi studi scientifici.

Qui sono elencate quelle di maggior rilievo:

  • miglioramento della digestione
  • miglioramento dei profili cardiovascolari
  • attività depurativa ed antinfiammatoria epatica
  • miglioramento degli stati infiammatori osteoarticolari e delle patologie autoimmuni
  • proprietà antitumorali
  • proprietà antidepressive ed ansiolitiche

Ma andiamo a vedere più nello specifico.

Miglioramento della digestione

La Curcuma è dotata di attività coleretiche (aumento della secrezione della bile) e colagoghe ( stimola la contrazione della colecisti con conseguente svuotamento della bile nell’intestino). Questa sua caratteristica porta ad un miglioramento dei processi digestivi e favorisce un ricambio della bile con prevenzione delle calcolosi biliari stesse. Purtroppo però non dovrebbe essere utilizzata da persone che sono già affette da calcolosi biliari o da ostruzioni della colecisti, in quanto potrebbe esacerbare sintomatologie come le coliche epatiche. Ricordiamo che in tali casi è sempre importante avere un parere medico.

Mioglioramento dei profili cardiovascolari

La Curcuma ha dimostrato importanti attività cardiovascolari. In primis causa un decremento del colesterolo fino a -12% con aumento del colesterolo buono (HDL) fino al 25-30%. Le caratteristiche antiossidanti del Curcumin inibiscono l’ossidazione dei grassi, prevenendo la formazione delle placche ateromatose, sfavorendo così i processi aterosclerotici. Non da trascurare le sue proprietà anticoagulanti, ovvero la capacità di aumentare la fluidità del sangue, utile nella prevenzione dei fenomeni trombotici. Quest’ultima caratteristica deve essere tenuta in considerazione in quei pazienti che utilizzano farmaci per la coagulazione, in particolare Warfarin (Coumadin).

Attività depurativa ed antinfiammatoria epatica

Dotata di proprietà epatoprotettive e disintossicanti, riduce tutti quei processi infiammatori e di accumulo che nel fegato possono portare  a steatosi o calcolosi epatiche. Come abbiamo detto sopra, nei pazienti con calcolosi epatiche od ostruzione della colecisti è importante avere un parere medico prima di assumere la Curcuma.

Miglioramento degli stati infiammatori osteoarticolari e delle patologie autoimmiuni

La Curcuma e nello specifico la Curcumina hanno dimostrato effetti antinfiammatori importanti inibendo enzimi come la COX-2 e la 5-LOX, responsabili della formazione dei fattori pro-infiammatori, ed al tempo stesso riducendo localmente la formazione di sostanze proinfiammatorie come citochine, ROS ed RNS. Tali attività si sono dimostrate efficaci nel trattamento di patologie infiammatorie croniche come le artriti ma anche in patologie autoimmuni più importanti come la sclerosi multipla, il Lupus e l’artite Reumatoide stessa (Advances in Experimental Medicine and Biology 595:425-51, February 2007).

Proprietà antitumorali

La sua capacità di inibire enzimi come COX-2 e 5-LOX, responsabili della formazione di fattori infiammatori importanti, ma anche citochine, molecole di adesione e fattori di crescita, ha destato l’interesse della comunità scientifica. Sappiamo oggi che circa il 25% dei casi di cancro nel mondo sono da attribuire all’infiammazione cronica (Hiraku et al. Cancer and in ammnation mechanisms. Ed. Wiley, 2014). In seguito a tale affermazione non ci deve stupire l’interesse che suscita la Curcuma nello sviluppo di eventuali farmaci antitumorali innovativi viste le sue proprietà antiossidanti ed antinfiammatorie.

 

Proprietà antidepressive ed ansiolitiche

Infiammazione e stress ossidativo sono fattori chiave nella patogenesi della neurotossicità e dell’alterazione dell’asse Ipotalamo-Pituitario-Surrenalico che inducono ansia e depressione. Il Curcumin, con i sui meccanismi antinfiammatori ed antiossidanti, contrasta tali effetti, agendo in modo indiretto in modo positivo sull’omeostasi dell’umore.

Conclusioni

La Curcuma è tutt’oggi studiata su molti fronti. Le sue potenzialità la rendono interessante per applicazioni di varia natura. turmeric-3006644_960_720Nonostante tutto, dobbiamo sempre tenere in considerazione il fatto che i principi attivi in essa contenuti possono avere anche effetti collaterali non trascurabili, in caso di abuso, ma anche di associazione con altri farmaci in terapie multiple. A tal proposito è importante sempre ricordare che ciò che è naturale non è sempre innocuo. E’ importante avere un parere professionale del tuo farmacista di fiducia o del tuo medico per garantire un utilizzo corretto dei rimedi naturali, in modo da trarne il massimo beneficio con il minimo rischio.

Dott. ssa Martina Bernardini

 

Perchè alcuni cibi saziano più di altri?

Indice

PERCHÉ ALCUNI CIBI SAZIANO PIÙ DI ALTRI?


Alcuni alimenti, una volta consumati danno un senso di sazietà e soddisfazione notevole, mantenendoci liberi dalla fame per un lungo periodo di tempo. Altri, al contrario, riempiono pochissimo e già qualche ora dopo averli consumati abbiamo di nuovo fame.

La risposta a questa domanda è alla base di una scelta consapevole del cibo che ci permette di sfruttare al meglio le sue potenzialità ed al tempo stesso prevenire numerose patologie legate ad una alimentazione e stili di vita scorretti.

Il fulcro del discorso ruota intorno ad un ormone importantissimo, l’insulina.

Insulina

L’insulina è un ormone peptidico secreto dalle cellule beta delle isole di Langherhans all’ interno del pancreas, ed è indispensabile per il metabolismo degli zuccheri. Esso consente all’organismo di utilizzare il glucosio per i processi energetici all’interno delle cellule.
L’insulina viene secreta quando il livello di glucosio nel sangue è troppo alto, con la funzione di ridurre la glicemia attraverso l’attivazione di diversi processi metabolici e cellulari (1). Quando l’insulina è prodotta in quantità non sufficiente dal pancreas oppure le cellule dell’organismo non rispondono alla sua presenza, nel sangue si avranno livelli di glucosio più alti del normale (iperglicemia) favorendo la comparsa del diabete. L’insulina ha un ruolo importante sul senso di sazietà. Nel sistema nervoso centrale, soprattutto nei neuroni che costituiscono il centro ipotalamico per la sazietà, troviamo i recettori per l’insulina. Numerosi studi hanno recentemente dimostrato la presenza di specifici recettori dell’insulina o siti di legame all’interno di regioni cerebrali, suggerendo che l’insulina interagisce effettivamente con il cervello (2). Nell’encefalo, infatti, quest’ormone non regola il metabolismo del glucosio, ma regola l’assunzione di cibo in quanto attenua la sensazione di fame. Di conseguenza, quando una persona ha un basso livello di insulina tende a mangiare più del dovuto, in quanto l’insufficiente azione dell’insulina non gli fa percepire la sazietà, con maggiore facilità ad ingrassare.

L’indice Glicemico

L’indice glicemico (IG) è un parametro elaborato agli inizi degli anni ’80 dal prof. Jenkins dell’Università di Toronto che classifica gli alimenti in base alla loro influenza sul livello di glucosio nel sangue (glicemia). Tutti dovremmo avere un’idea di che cosa sia e di come tenerne conto nell’alimentazione quotidiana, perché ormai è chiaro che preferire una dieta a base di cibi a basso indice glicemico fa bene alla salute: l’ultima dimostrazione arriva da uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences (3), secondo cui un’alimentazione a basso indice glicemico riduce il rischio di degenerazione maculare connessa all’invecchiamento, proteggendo la retina e la vista. 

L’indice glicemico misura la capacità di un determinato glucide di alzare la glicemia dopo il pasto rispetto a uno standard di riferimento che è il glucosio puro. Ci indica pertanto la sua capacità d’indurre una secrezione di insulina. Sappiamo che più la risposta insulinica è alta, maggiore è il rischio di prendere peso (4). 

I livelli di glucosio nel sangue (glicemia) non sono costanti, ma seguono un andamento curvilineo; fasi di crescita che portano ad un picco glicemico, si alternano ad altre di diminuzione, dipendenti dai pasti e dalla loro composizione. L’andamento dei livelli glicemici dopo un pasto è influenzato dalla quantità e dalla qualità degli alimenti assunti (5).

Gli alimenti “sazianti” e il picco glicemico

Spesso capita di avere fame poche ore dopo aver fatto colazione, pranzato o cenato, questo accade perché si scelgono alimenti poco sazianti.

Ci sono cibi definiti ad elevato indice glicemico che inducono un forte rilascio di insulina ed un elevato picco glicemico. Tale picco tenderà però a scendere rapidamente costringendo il nostro organismo a richiedere altro cibo mediante lo stimolo della fame e predisporre al sovrappeso (6).

 

Il senso di sazietà non è solo una questione fisica, è una risposta neurologica controllata da specifiche regioni dell’ipotalamo. Il sottile equilibrio tra i diversi ormoni che regolano questa sensazione può essere alterato da fattori genetici ed in questi casi il soggetto sarà più o meno predisposto a mangiare di più. Al di là dei fattori soggettivi, esistono numerosi altri fattori obiettivi che possono essere controllati con una corretta alimentazione. Tuttavia la sazietà è il risultato di meccanismi complessi, abbiamo la sazietà omeostatica, che regola l’introito energetico, e quella edonistica: non meno importante perché anche il cervello, dopo un pasto, deve sentirsi “soddisfatto”. Le vie della sazietà cerebrale sono le stesse che vengono sollecitate da altri piaceri, come la musica o il sesso.

E’ fondamentale pertanto perseguire il più possibile un’alimentazione giusta e al tempo stesso gratificante. 

Scegliendo cibi a basso indice glicemico come ad esempio verdura e legumi, si induce un minor rilascio di insulina e il picco glicemico risulta più basso ma più duraturo nel tempo e la fame arriva dopo un periodo di tempo più lungo.

Curva glicemica: variazione della concentrazione di glucosio (glicemia) nel sangue nel tempo. La curva Arancio corrisponde ad un andamento normale, mentre la curva Rossa ad un andamento anormale.

Come controllare il picco glicemico

Per cercare di controllare il picco glicemico postprandiale possiamo attuare delle strategie. 

La prima cosa da fare è preferire i cibi con indice glicemico basso, come uova, pesce, formaggi, carne, ortaggi verdi, e limitando, o meglio ancora evitando, quelli con un indice glicemico alto, come carboidrati raffinati, cornflakes, patate fritte, purè di patate.

Inoltre prediligere i cibi integrali che sono ricchi di fibra idrosolubile, la quale assorbendo acqua favorisce la formazione di un gel che modula il passaggio del glucosio e dei grassi dall’intestino al circolo sanguigno, ostacolando così i picchi di glicemia e di produzione dell’insulina da parte del pancreas.

Fare attenzione ai formati della pasta. I formati corti, come penne e fusilli, hanno un indice glicemico maggiore degli spaghetti, probabilmente perché la particolare lavorazione della pasta lunga favorisce la cristallizzazione dell’amido, che si traduce in tempi di digestione e di conseguenza di assimilazione più lunghi. Inoltre è importante mangiare la pasta al dente.

Per quanto riguarda il pane, un trucco per contenere l’indice glicemico piuttosto elevato di questo alimento buono e tipico della nostra tradizione è consumarlo tostato.

Non meno importante è agire modificando lo stile di vita, adottando una dieta sana e svolgendo regolarmente attività fisica.

Dott.ssa Elena Coradeschi


Bibliografia

  • Rassu, S. Il pancreas endocrino.
  • WOODS, S. C., & PORTE JR, D. A. N. I. E. L. (1983). The role of insulin as a satiety factor in the central nervous system. In Advances in metabolic disorders (Vol. 10, pp. 457-468). Elsevier.
  • https://www.pnas.org/
  • Venn, B. J., & Green, T. J. (2007). Glycemic index and glycemic load: measurement issues and their effect on diet–disease relationships. European journal of clinical nutrition, 61(S1), S122.
  • Jenkins, D. J., Wolever, T. M., Taylor, R. H., Barker, H., Fielden, H., Baldwin, J. M., … & Goff, D. V. (1981). Glycemic index of foods: a physiological basis for carbohydrate exchange. The American journal of clinical nutrition, 34(3), 362-366.
  • Brand-Miller, J. C., Holt, S. H., Pawlak, D. B., & McMillan, J. (2002). Glycemic index and obesity. The American journal of clinical nutrition, 76(1), 281S-285S.

Mirtillo nero: proprietà note e…nascoste!

Mirtillo nero: proprietà note e…nascoste!

Sempre nuove ricerche rivelano le proprietà benefiche dei frutti di bosco e in particolar modo del mirtillo, definito la nuova arma anti-obesità. L’alto contenuto di flavonoidi lo rende un potente antiossidante naturale per combattere i radicali liberi, ottimo nel trattamento dei disturbi circolatori e regolatore dei livelli di colesterolo. Ma c’è di più…..

Le proprietà del Mirtillo

Il mirtillo contiene zuccheri, sali minerali, flavonoidi, tannini, vitamine A, C e B.                          

L’alto contenuto di polifenoli, con proprietà vasoprotettrici, rende il mirtillo un ottimo alleato per il trattamento dei disturbi circolatori e contro la fragilità capillare in quanto si riduce la permeabilità dei capillari, si rafforzano i vasi sanguigni e ne migliora l’elasticità.

Grazie alla presenta di vitamine e sali minerali al mirtillo sono riconosciute ottime proprietà antiossidanti in grado di inibire la formazione di radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento cellulare. Le antocianine contenute nelle bacche sono in grado di migliorare la vista. Sempre queste sostanze conferiscono al mirtillo un effetto antisettico e diuretico, utile nel trattamento di diarrea e cistite e più in generale nel regolarizzare il transito intestinale.  Da non sottovalutare le proprietà delle foglie che sono un ottimo ipoglicemizzante e proteggono dai danni del diabete 

Cosa dice la ricerca scientifica

Dalle pagine dell’European Journal of Clinical Nutrition si legge di uno studio condotto  dall’Università di Turku (Finlandia), secondo il quale un consumo adeguato di bacche e frutti di bosco protegge dal rischio d’infiammazione, malattie del fegato e dalla sindrome metabolica. Gli studiosi hanno analizzato gli effetti del consumo quotidiano di almeno 163 g dei frutti di bosco, tra cui mirtilli e ribes registrando una riduzione del 23% i livelli dell’enzima ALT (alanina amino transferasi), marker della steatosi epatica non alcolica. Secondo i ricercatori ciò è legato ad un aumento dei livelli di adiponectina, un ormone proteico legato a diversi processi metabolici.   

Il mirtillo può aiutare a mantenere sotto controllo i livelli di colesterolo regolando l’espressione di geni che, nel fegato, ne regolano il metabolismo. Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Agricultural Research, in cui sono stati individuati i geni  responsabili della diminuzione del colesterolo plasmatico totale e di VLDL (una forma di colesterolo ”cattivo”). 

I ricercatori del Worcester Polytechnic Institute (Usa) sono alla ricerca della sostanza chiave contenuta nel mirtillo, capace di contrastare le infezioni batteriche, soprattutto del tratto urinario. Uno studio pubblicato su Food Science and Biotechnology ha messo sotto stretta osservazione le proantocianidine, sostanze naturali bioattive, candidate a diventare la ”pillola” magica contro la formazione di colonie di batteri E.Coli. L’indagine ha, tuttavia, dimostrato che il succo di mirtillo puro e’ più efficace delle sue singole componenti, in particolare la bevanda riesce a bloccare gli uncini con cui il batterio E.Coli si aggancia ai tessuti, riducendo l’aderenza e quindi la formazione di biofilm batterici in zone sensibili del corpo umano.

Utilizzi del Mirtillo

Decotto

Il decotto si prepara con 70 grammi di bacche fatte bollire per 5 minuti in 1 litro di acqua e bevuto durante l’arco della giornata.

Tintura madre

La tintura madre di prepara con 100 grammi di bacche poste a macero in 700 grammi di alcool a 60° per 10-15 giorni, meglio se in un recipiente esposto al sole. Infine si filtra e si consuma per vari usi quali stimolante delle funzioni gastriche, antisettico, ipoglicemizzante o antidiarroico.

Controindicazioni del Mirtillo

Dosi molto elevate di Mirtillo possono interferire con farmaci anticoagulanti o antiaggreganti.

Articolo a cura della Dott.ssa Barbara Danielli

Nuovo trattamento Cabina estetica: Pulizia viso Soha

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In occasione dell’inserimento della nuova linea cosmetica Soha sardinia, abbiamo ideato ed inserito un nuovo trattamento per la nostra cabina estetica che sfrutta proprio le proprietà dei suoi prodotti. La pulizia viso Soha consiste di 6 momenti unici:

  1. detersione e tonico (Elicriso)
  2. peeling (Ossidiana)
  3. maschera illuminante (Triple Lemon)
  4. siero (a seconda del tipo di pelle)
  5. contorno occhi (Cannonau)
  6. crema viso (a seconda del tipo di pelle)

questo trattamento unico da Cabina normalmente ad un prezzo di 35€ per la durata di 45 minuti, sarà in promozione con uno sconto di 5€ per tutto il mese di Aprile 2018.