Vitamina B1 (o Tiamina): indispensabile per la produzione di energia!

Le cellule viventi hanno come costituenti principali: carboidrati, lipidi, proteine ed acidi nucleici. Oltre a questi composti, contengono alcune sostanze organiche che svolgono la loro azione in piccole quantità, chiamate vitamine, le quali insieme agli enzimi, partecipano alle reazioni chimiche necessarie al funzionamento del nostro organismo ed agiscono anche da catalizzatori per la formazione o la rottura dei legami chimici tra le molecole.

Scoperta della vitamina B1

La tiamina (vitamina B1) è stata la prima vitamina identificata. Essa venne scoperta inconsapevolmente nel 1911, quando in seguito ad alcuni esperimenti, il biochimico polacco Kazimierz Funk, scoprì che la crusca di riso aveva effetti anti-beriberi. Il beriberi è una malattia che causa danni al sistema nervoso, cardiovascolare e gastrointestinale, in passato molto diffusa tra la popolazione asiatica, che si cibava unicamente di riso brillato, mentre oggi colpisce molte popolazioni sottoalimentate dei paesi in via di sviluppo1.

Nei paesi industrializzati, invece, il beriberi si osserva solamente nei soggetti la cui alimentazione è estremamente sbilanciata, come per esempio gli alcolisti2 o gli anziani. Più di recente è stato stabilito che questa malattia fosse causata proprio da una carenza di vitamina B1. 

Caratteristiche e attività della vitamina B1

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                             Figura 1: struttura chimica della tiamina

La tiamina appartiene alla categoria delle vitamine idrosolubili, che vengono cioè veicolate attraverso l’acqua corporea, indispensabile per la produzione di energia. Essa è stabile al calore a pH<5 mentre è distrutta rapidamente con l’ebollizione a pH>7. La sua forma biologicamente attiva è l’estere pirofosforico (TPP), che occupa un ruolo centrale nel metabolismo energetico cellulare.  Come tutte le vitamine del gruppo B, è idrosolubile e non viene accumulata, ma l’organismo la elimina attraverso le urine3. Per questo è importante sapere dove si trova la vitamina B1, in modo da poterla assumere nella dieta quotidiana.

La tiamina ha un ruolo fondamentale nell’attività di molti enzimi. È inoltre essenziale al metabolismo e all’utilizzo dei carboidrati e anche per mantenere efficiente il sistema nervoso, i muscoli e la funzionalità cardiaca.  Se ci si sente spesso spossati o stanchi, se si fa fatica a respirare o se si soffre di dolori muscolari frequenti e si ha poco appetito, probabilmente ci si trova in uno stato di carenza di vitamina B14.

Livelli di assunzione di riferimento (LARN)

Per evitare carenze e poter beneficiare delle importanti funzioni che svolge a livello dell’intestino, del sistema nervoso e del cuore, il fabbisogno giornaliero di vitamina B1 riportato nei LARN, peraltro simili a quelli stabiliti dalla Commission of the European Communities (1993) è calcolato stimando l’assunzione necessaria per mantenere all’interno degli intervalli di normalità l’escrezione urinaria di tiamina ed è pari a 0,4 mg/1000 kcal, con un minimo di 0,8 mg nell’adulto nel caso di diete al di sotto delle 2000 kcal. 

Esempio di integratore contenente Vitamina B1 – Biosline Bio45

Nei bambini che bruciano molta energia, la necessità è proporzionalmente maggiore che negli adulti. Nei lattanti (6-12 mesi) i livelli di assunzione di riferimento di tiamina sono espressi come assunzione adeguata (adeguate intake, AI) ed il valore è di 0,3 mg/die.

  • Per i bambini da 1-3 anni il fabbisogno medio è  di 0,3 mg/die;

  • 4-6 anni è di 0,4 mg/die;

  • 7-10 anni è di 0,6 mg/die.

  • In gravidanza  il valore si alza a 1,2 mg/die, in considerazione sia della neosintesi di tessuti nella madre e nel feto sia del maggior dispendio energetico.
  • In allattamento il fabbisogno medio della donna è di 1,2 mg/die per il fatto che il latte materno fornisce al lattante circa 0,2 mg/die di tiamina.

La valutazione dello stato nutrizionale in tiamina può avvenire con diversi indicatori, tra i più utilizzati c’è il livello urinario di tiamina poiché esiste una buona correlazione tra dose assunta e tiamina escreta. 

Principali alimenti ricchi di vitamina B1

La tiamina è presente negli alimenti sia di origine vegetale che animale. Particolarmente ricchi sono i cereali integrali, i legumi e la frutta secca a guscio. Tra gli alimenti di origine animale le carni suine sono quelle con il contenuto più elevato così come i loro derivati (il prosciutto crudo può contenerne oltre 2,0 mg/100g). Una riduzione del contenuto  di tiamina si ha in seguito ai trattamenti  di cottura  (meno 10-40%) e ai processi  di raffinazione dei cereali. L’assorbimento di vitamina B1 viene ostacolato dall’alcol, dal fumo, dai troppi caffè o te e dal consumo di dolci e di zucchero. 

La tiamina è presente in tutti gli alimenti non trattati. Ottime fonti di vitamina B1 sono anche il lievito, le uova, i piselli, i fagioli, le patate, cereali, riso e pane integrali, pasta, fegato, rognone, pesce, legumi e moltissime verdure. È una fortuna che molti alimenti, quali il pane e le patate, contengano tiamina, altrimenti, non ci sarebbe sufficiente vitamina B1 presente per bruciare gli zuccheri del cibo. 

Le principali fonti di tiamina nella dieta italiana sono costituite dai seguenti gruppi (5): 

  • 31% cereali e derivati 

  • 28 % carne e derivati
  • 17 % frutta e verdura

Alcuni esempi di alimenti ricchi di vitamina B1

Nocciole

Le nocciole contengono 0,65 mg di B1 per 100 gr di prodotto e, come altri tipi di frutta secca (pistacchi, noci e arachidi) ne sono fonti ricche. La nocciola contiene inoltre grassi insaturi, fibre, minerali (ferro, rame, calcio e manganese) e altre vitamine (E, B6, B9, B12) che la rendono un frutto buono per ridurre la presenza di colesterolo nel sangue e per contribuire a diminuire rischi cardiovascolari. Buona abitudine è consumarne 3 al giorno, magari a colazione, per dare ancora più sprint alla giornata.


Lievito di birra 

Il lievito di birra fresco contiene quasi 2 mg di vitamina B1 per 100g di prodotto. Anche il lievito di birra in scaglie contiene quantità significative di B1, adatto per integrare le diete vegane o vegetariane.


Olio di germe di grano

L’olio di germe di grano contiene quasi 2,5mg di B1 per 100 g di prodotto. Si tratta di un olio molto prezioso per la salute da tenere sempre in dispensa e usare puro sia per condire a crudo le insalate che per ammorbidire e idratare la pelle o nutrire i capelli. Potente antiossidante, apporta all’organismo proteine, grassi buoni, sali minerali e, oltre alla vitamina B1, anche la vitamina E, che contrasta l’azione dei temuti radicali liberi.


Polline e pappa reale

In questi prodotti troviamo carboidrati, proteine, vitamine e amminoacidi essenziali, sali minerali (calcio, magnesio, potassio, zinco) lipidi e acidi grassi insaturi. Viene utilizzato disciolto nelle bevande, come i succhi di frutta, o consumato così com’è, magari nello yoghurt. Nel polline si trovano tutte le vitamine del gruppo B, in particolare la B1 e la B3.


Alga spirulina

Un alimento ricco di nutrienti preziosi, l’alga spirulina è nota e consumata come integratore alimentare. Ricca di vitamine B1 e B12, grassi essenziali, sali minerali, enzimi e proteine.

Carenza di Vitamina B1

In Italia la carenza di tiamina è presente in forme marginali ed è generalmente associata con quadri e situazioni particolari quali la carenza proteico-energetica, l’alcolismo cronico, il malassorbimento o l’uso prolungato di farmaci. Tali situazioni sono frequenti nei soggetti anziani6. La prevalenza di ipovitaminosi B1 va da un minimo del 10% ad un massimo del 25%. Come già precedentemente descritto una carenza di tiamina causa principalmente alterazioni nel metabolismo dei carboidrati. Poiché le riserve di tiamina sono scarse, i primi disturbi metabolici appaiono dopo deficit alimentari di pochi giorni. Le prime fasi della carenza di tiamina sono accompagnate da sintomi non specifici che possono essere facilmente fraintesi o trascurati. I segni clinici in questo caso includono anoressia, perdita di peso, cambiamenti comportamentali (come apatia, diminuzione della memoria a breve termine, confusione e irritabilità), debolezza muscolare ed effetti cardiovascolari, come la cardiomiopatia dilatativa8. Una grave deficienza di tiamina può dare origine a due distinte malattie quali il beriberi e la sindrome di Wernicke-Korsakoff, che solitamente non si manifestano insieme. La risposta al trattamento con tiamina è rapida e di solito si ha un recupero completo. 

Articolo scritto dalla Dott.ssa Elena Corradeschi

Bibliografia

  1. Weiss, S., & Wilkins, R. W. (1937). The nature of the cardiovascular disturbances in nutritional deficiency states (beriberi). Ann. Int. Med11(104), 1937-1938.
  2. Holzbach, E. (1996). Thiamine absorption in alcoholic delirium patients. Journal of studies on alcohol57(6), 581-584.
  3. Williams, R. R. (1936). Structure of vitamin B1. Journal of the American Chemical Society58(6), 1063-1064.
  4. Fattal-Valevski, A. (2011). Thiamine (vitamin B1). Journal of Evidence-Based Complementary & Alternative Medicine16(1), 12-20.
  5. Leclercq, C., Arcella, D., Piccinelli, R., Sette, S., & Le Donne, C. (2009). The Italian National Food Consumption Survey INRAN-SCAI 2005–06: main results in terms of food consumption. Public health nutrition, 12(12), 2504-2532.thiamine-rich foods
  6. Porrini, M., Testolin, G., Simonetti, P., Moneta, A., Rovati, P., & Aguzzi, F. (1987). Nutritional status of non institutionalized elderly people in north Italy. International journal for vitamin and nutrition research. Internationale Zeitschrift fur Vitamin-und Ernahrungsforschung. Journal international de vitaminologie et de nutrition57(2), 203-216.
  7. Williams, R. D., Mason, H. L., Wilder, R. M., & Smith, B. F. (1940). Observations on induced thiamine (vitamin B1) deficiency in man. Archives of Internal Medicine66(4), 785-799.

Lo svezzamento

Lo svezzamento

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ma in realtà tutte le organizzazioni internazionali che si occupano della salute dei bambini, raccomanda di proseguire con l’allattamento al seno esclusivo fino al sesto mese di vita del bambino. Ciò non toglie che si possa cominciare a dare al bambino un po’ di frutta per abituarlo pian piano a consistenze diverse. Inoltre il bambino potrebbe manifestare prima dei sei mesi la volontà di assaggiare anche altri alimenti. Nel caso in cui nostro figlio smettesse di prendere il latte necessario per una giusta crescita, ci sarà ben poco da fare se non iniziare lo svezzamento un po’ prima. La fase di svezzamento ha un’importante risvolto psicologico: consente di avvicinare il bambino al piacere del cibo selezionando però i sapori che poi condizioneranno le sue scelte future. Per questo sono da evitare le creme di cereali dai sapori decisi, addizionate con zucchero o troppo dolci, così come i cibi troppo salati: se il piccolo si abitua a sapori estremi, tenderà a ricercare quel tipo di alimento anche crescendo. Dopo i 6 mesi, il latte non è più sufficiente a soddisfare le esigenze nutritive dei bambini. L’OMS ed i pediatri consigliano di introdurre gradualmente i vari cibi. Si parte quasi sempre da alcuni frutti, grattati o omogeneizzati. Pera e mela per prime e poi anche banana e prugna. Lo stomaco dei bimbi deve abituarsi pian piano ai cibi solidi che necessitano di tempi più lunghi di digestione. Anche il senso di sazietà cambierà e sarà normale che all’inizio dello svezzamento possano lasciare molta pappa. Dopo i primi giorni, durante i quali hanno iniziato a mangiare un po’ di frutta come spuntino, si procederà con la sostituzione del pranzo. Fino a circa un anno di vita, i pediatri sconsigliano l’uso del sale perché già presente in quantità sufficiente negli alimenti usati per la pappa. Sconsigliato anche l’uso dello zucchero e di bevande a base di esso, soprattutto con la comparsa dei dentini. Durante i pasti sarà necessario proporre solamente acqua. 

Alimenti introdotti con lo svezzamento

  • La frutta va consumata solo fresca e frullata. È una fonte essenziale di vitamine, sali minerali e fibre. In genere si inizia con la mela e in seguito la pera e così via, sempre nuovi frutti di stagione. Fino ai 10-11 mesi si sconsigliano gli agrumi, pesche e fragole per il loro potenziale allergizzante.
  • La verdura è fonte di vitamine e minerali ma soprattutto di fibre. Tutte le verdure, in crema, sono utilizzabili fin dalle prime fasi di svezzamento tranne le crucifere (cavoli e simili), i carciofi, l’aglio e la cipolla, che possono favorire la formazione di gas nell’intestino e vanno introdotti, in maniera molto graduale, intorno ai 10-12 mesi di vita.
  • Le farine sono alla base dell’alimentazione “salata” del bambino piccolo. Sono costituite da creme di cereali integrali passate al setaccio. Vanno privilegiate sempre quelle integrali, non addizionate di zuccheri, sale e vitamine. Si inizia in genere con la farina di riso, poi mais, orzo o tapioca per evitare l’effetto allergizzante del glutine contenuto nel grano, che viene introdotto intorno dopo il 10° mese di vita. Sullo scaffale del supermercato, della Parafarmacia e della farmacia possiamo trovare una grandissima varietà di “creme” di cereali per lo svezzamento di un neonato: riso, mais, tapioca, semolino di mais, avena, miglio. Prodotti nutrizionalmente calibrati, studiati apposta per i piccoli, e soprattutto pronti per l’uso: si unisce il brodo caldo, si mescola e in pochi minuti la pappa è pronta. 
  • Se un tempo la carne costituiva la base dell’alimentazione dei più piccoli, oggi il suo ruolo è stato molto ridimensionato. La carne, specie quella rossa, va consumata con molta moderazione fin dai primi anni di vita e, in generale, si privilegiano le carni bianche come il pollame. Da evitare del tutto salumi e insaccati. Semaforo verde, invece, per il pesce.
  • I latticini sono una fonte importante di calcio, ma la tendenza attuale a ridimensionare l’apporto di proteine di origine animale e di grassi ne ha ridotto il ruolo nell’alimentazione infantile. Il calcio è presente anche nei vegetali e soprattutto nei semi (per esempio in quelli di sesamo, che possono essere aggiunti alle pappe dopo averli ridotti in farina) e nelle acque minerali. 
  • L’uovo ha un elevato potere nutritivo (in proteine, grassi e vitamine) ma è anche allergizzante, specie nei primi mesi di vita. Verso i 10 mesi si può introdurre il tuorlo, dopo l’anno anche l’albume che deve essere sempre ben cotto. In genere si consiglia un uovo a settimana, come componente proteica di un pasto.

Ecco invece uno schema di massima della fase di svezzamento, secondo le linee guida dell’American Pediatrics Association e della Harvard Medical School.

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Le prime pappe

La prima pappa è costituita dal brodo vegetale integrato con creme di cereali, particolarmente digeribili, carne liofilizzata (e poi omogeneizzata dal 7° mese) e olio extravergine d’oliva per il condimento. Inizialmente si utilizzano cereali privi di glutine come tapioca, riso e mais, dopo il 6° mese anche le creme multicereali e il semolino. Il primo brodo vegetale è preparato solo con carote e patate, poi, con il passare dei giorni si può arricchire con altre verdure: zucchine, fagiolini, lattuga. Se non si manifestano problemi di allergie, potranno essere inserite anche altre verdure, tranne il pomodoro che andrebbe dato dopo i 10 mesi di vita. Dal 7° mese si possono inserire il prosciutto cotto (senza polifosfati, lattosio e glutine) e il formaggio (grana padano, parmigiano reggiano, ricotta, crescenza) e lo yogurt. Dall’8° mese si introduce i legumi, passati e senza buccia come le lenticchie rosse decorticate inizialmente e poi tutti gli altri, sempre passati al setaccio, e del pesce (trota, sogliola, nasello, platessa). Al 10° mese la carne e il formaggio possono essere sostituiti dal tuorlo d’uovo (1-2 volte a settimana) e solo al compimento dell’anno, si può dare al bimbo anche l’albume d’uovo.

Conosciamo meglio la “tapioca”

La tapioca è un ottimo ingrediente per le prime pappe dei bambini. Altamente digeribile, ricca di amidi e non allergizzante diviene preziosa per lo svezzamento. La tapioca è un prodotto che deriva dal tubero della manioca, pianta conosciuta anche con il nome di cassava o yucca. La tapioca è ottenuta dalla raffinazione della manioca. La farina di tapioca contiene molti carboidrati e amidi ottimi per la preparazione di creme e passate. La tapioca in generale contiene un piccola parte di fibre, un’altra parte di grassi vegetali buoni, qualche sale minerale e infine una minima parte di proteine. Questo alimento è naturalmente privo di glutine e questo permette l’utilizzo anche per chi soffre di celiachia. Il suo basso contenuto proteico e la sua composizione rende la tapioca uno degli alimenti meno allergizzanti. Durante lo svezzamento proprio nel primissimo periodo la tapioca è un alimento indicatissimo per il neonato. La sua alta digeribilità, la presenza di amidi vegetali e l’assenza di glutine la rendono perfetta per iniziare lo svezzamento. In commercio spesso troviamo confezioni già pronte per la preparazione delle pappe nel neonato e la tapioca è uno degli ingredienti principali. Troviamo spesso la tapioca associata al mais proprio per equilibrare e bilanciare la composizione di nutrienti nelle prime pappe del bambino. Il gusto della tapioca inoltre è dolce e la consistenza è sia cremosa che gelatinosa. Nei neonati tali aspetti organolettici sono molto apprezzati e quindi la tapioca è a tutti gli effetti un buon alimento per iniziare lo svezzamento. La sua capacità di addensare e legare gli ingredienti nelle ricette le permette quindi una ottima versatilità nelle preparazioni delle pappe (3).

La farina di mais

La farina di mais si ottiene dalla macinazione dei semi di Zea mais. Ricca di carotenoidi, ha un’azione antiossidante. È adatta per i celiaci e usata per la preparazione di polente e come addensante. La farina di mais si ricava da Zea mais, una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Graminacee, originaria dell’America centrale, ora coltivata praticamente in tutto il mondo. Il mais contiene vitamina A, vitamina E e vitamina PP. Minore la presenza di vitamine B1 e B2. Le componenti più significative ed importanti del seme di mais sono rappresentati dall’amido e dalle proteine. Le proteine (zeina e zeatina) avendo un elevato contenuto di amminoacidi essenziali sono fondamentali per la formazione dei tessuti del corpo umano. Sono presenti anche sali minerali (potassio, calcio, fosforo, magnesio, ferro, rame, zinco, e selenio). I celiaci possono consumare alimenti a base di farina di mais, proprio perché il cereale non forma glutine a contatto con l’acqua. È una fonte di acido folico e vitamina B1, pertanto, indicato per l’alimentazione in gravidanza e per i bambini, a partire dalla prima infanzia: la crema di mais è uno dei primi alimenti ad essere introdotti nella dieta durante lo svezzamento. Il mais, inoltre, presenta una buona quota di ferro e di altri minerali, pertanto utile in caso di anemia. È particolarmente digeribile ed è ricco di fibra alimentare, per questo motivo è un alleato prezioso per stomaco e intestino (4).

La farina di riso

Il nome di battesimo del riso è Oryza sativa e appartiene alla famiglia delle Graminacee. Il riso è un cereale conosciuto dall’antichità e alcuni sostengono che sia stato il primo cereale ad essere utilizzato, prima ancora del frumento. Soltanto in Italia si coltivano circa cinquanta varietà, diverse per forma e dimensione dei chicchi, oltre che per fragranza e contenuto. La farina di riso è un derivato del noto cereale, dalle innumerevoli applicazioni gastronomiche; più precisamente si tratta di una polvere ottenuta dalla macinazione dei frutti della Oryza sativa (Famiglia Poaceae, Genere OryzaSpecie O. Sativa). Fra le principali proprietà del riso c’è sicuramente la sua digeribilità a cui si associa l’elevato assorbimento a livello intestinale dei nutrienti contenuti. La componente glucidica del riso presenta, inoltre, un effetto regolatore sulla flora intestinale, tant’è che il riso in bianco si utilizza come adiuvante nella terapia dei disturbi a carico dell’apparato gastrointestinale. Il riso, inoltre, possiede un aminoacido essenziale, la lisina, e proteine di buona qualità. Quanto alla componente lipidica, contiene soprattutto acidi grassi essenziali. Ha molto potassio e poco sodio ed è quindi un alimento indicato in chi soffre di ipertensione arteriosa. Il riso è privo di glutine e può quindi essere consumato anche da chi soffre di celiachia.

Articolo scritto dalla Dott.ssa Elena Corradeschi


Bibliografia
      1. Maffei, F. (2000). Primo cibo, primo amore. L’importanza dell’allattamento materno e della relazione favorevole (Vol. 100). FrancoAngeli.
      2. Alais, C. (2000). Scienza del latte. Tecniche nuove.
      3. Benedetti, M. (2009). valutazione della qualità microbiologica dei prodotti in polvere per l’infanzia.
      4. Capasso, F., De Pasquale, R., & Grandolini, G. (2011). Farmacognosia: Botanica, chimica e farmacologia delle piante medicinali. Springer Science & Business Media.

Alimentazione nella prima infanzia 0-2 anni

Durante i primi anni di vita del bambino è essenziale fare molta attenzione a cosa mangia e, soprattutto, educarlo fin da piccolo ad alimentarsi correttamente. Nei primi mesi di vita, non vi sono molti dubbi su cosa costituisca la migliore alimentazione di un neonato, il latte materno quando è disponibile è senza dubbio la scelta più giusta. In alternativa è possibile ricorrere al latte in polvere costituito da latte di mucca trattato in modo da somigliare il più possibile a quello umano, ugualmente digeribile e con un contenuto in minerali e vitamine adeguato ai fabbisogni dei primi mesi di vita del bambino. I primi anni di un bambino sono i più importanti anche dal punto di vista della prevenzione delle malattie nell’adulto. Il metabolismo di un individuo viene influenzato dai primi approcci con il cibo.

L’importanza dell’allattamento al seno

L’allattamento al seno oltre a fornire al bambino tutto ciò di cui ha bisogno garantisce anche la costruzione di una buona flora batterica intestinale, stimola la formazione del sistema immunitario e permette una corretta idratazione. L’allattamento al seno ha inoltre un importante ruolo psicologico, rafforza il rapporto tra la mamma e il bambino e assolve anche al compito di rassicurare il piccolo attraverso il contatto fisico e la mamma ha un profondo senso di soddisfazione emotiva. Immediatamente dopo il parto, inoltre, uno stretto contatto favorisce lo sviluppo di questo rapporto chiamato bonding.

Ha anche un duplice effetto positivo nella prevenzione dei tumori: sul bambino, perché favorisce lo sviluppo corretto del sistema immunitario e aiuta a controllare il peso, e sulla mamma, perché l’allattamento è un fattore protettivo nei confronti del cancro del seno. Per tutti questi motivi, supportati anche da constatazioni sul campo, OMS e UNICEF raccomandano l’allattamento al seno. Fortunatamente ogni neonato gode anche di una immunità innata trasmessagli dalla madre durante la gestazione attraverso la placenta1.

Anche l’alimentazione al biberon, però, se è necessaria, può portare qualche vantaggio psicologico, per esempio quello di facilitare la creazione di un legame fisico e affettivo anche con il padre fin dai primi giorni di vita. 

Vi è una grande dibattito tra i pediatri, tra i sostenitori dell’allattamento a richiesta, in cui il bambino viene nutrito ogni volta che ha fame, e l’allattamento programmato, in cui si cerca di far trascorrere, tra una poppata e l’altra, un certo numero di ore che varie con l’età del piccolo. L’allattamento a richiesta facilita la relazione col piccolo e l’autoregolamentazione dell’organismo, mentre l’allattamento programmato permette di valutare più facilmente le quantità di nutrienti assunti e di regolare i ritmi di vita dei più piccoli e, di conseguenza, anche dei genitori che lo accudiscono. 

Composizione calorica e nutrienti del latte

Il latte materno per 100 grammi fornisce circa 70 chilocalorie. I carboidrati costituiscono circa il 56 % della sua composizione, i grassi il 36 % e le proteine l’8 %. Il latte materno è diverso da quello in polvere: la sua composizione proteica è differente da quella del latte artificiale, in particolare per quanto riguarda l’apporto di caseina. Il latte della mamma contiene anche lattoferrina e immunoglobuline che sono assenti nei latti artificiali2. Il latte in polvere deve per legge ricalcare le proporzioni dei nutrienti presenti nel latte materno, che sono determinate dal fabbisogno del neonato, ma non sempre è possibile “copiare” esattamente la natura. Sia il latte materno sia quello in polvere sono ricchi di grassi, in una proporzione che non troveremo più nella dieta di bambini più grandi e nemmeno degli adulti. I grassi sono fondamentali perché costituenti principali del sistema nervoso centrale che completa la sua maturazione nelle prime fasi della vita extrauterina. Oggi esistono anche sostitutivi del latte di mucca, sia per i primi mesi di vita sia per la fase di svezzamento e oltre. Si tratta di prodotti a base di soia o di riso. In alcuni casi viene usato anche il latte di mandorla.

Articolo scritto dalla Dott.ssa Elena Corradeschi


Bibliografia
  1. Maffei, F. (2000). Primo cibo, primo amore. L’importanza dell’allattamento materno e della relazione favorevole (Vol. 100). FrancoAngeli.
  2.     Alais, C. (2000). Scienza del latte. Tecniche nuove.

Domenica prossima un articolo su lo Svezzamento!

Gastroenterite virale sintomi e raccomandazioni

Cos’è la gastraenterite

La gastroenterite, chiamata anche influenza intestinale è una malattia di origine virale che colpisce stomaco e/o intestino tenue e crasso ed ha un decorso piuttosto breve di 24/48 ore. I virus più comuni responsabili di questa malattia sono rotavirus, norovirus e adenovirus (1). Nonostante non sia causata da virus influenzali, spesso si confonde con l’influenza vera e propria che invece colpisce l’apparato respiratorio, provocando febbre, disturbi respiratori, congestione, dolori muscolari e stanchezza.

La gastroenterite può colpire neonati, bambini, anziani e persone con ridotte difese immunitarie, i sintomi hanno un esordio improvviso e regrediscono nel giro di qualche giorno. Non vengono colpiti i bambini al di sotto dei 6 mesi (in quanto protetti dagli anticorpi materni (IgG) trasmessi per via placentare e dalle IgA presenti nel latte materno), mentre si calcola che circa il 95% dei bambini, entro i tre anni di età, va incontro ad almeno un episodio di gastroenterite virale, generalmente indotto da rotavirus.

Ad alto rischio sono gli anziani, le donne in gravidanza, i neonati, i soggetti denutriti, le persone immunocompromesse. I bambini piccoli (asili nido, scuole elementari) possono essere particolarmente vulnerabili, perché il loro sistema immunitario non è ancora maturo e gli anziani in quanto il loro sistema immunitario tende a diventare meno efficiente. In questi soggetti a rischio dobbiamo fare molta attenzione alla disidratazione, un campanello di allarme è rappresentato da sintomi che persistono oltre 5/7 giorni, magari con febbre ricorrente. Alcuni segni possono aiutarci a capire se è in atto una disidratazione (2), tra questi:

  • occhi infossati
  • sensazione di testa vuota
  • sonnolenza
  • letargia
  • aumento della sete
  • sensazione di secchezza e di appiccicaticcio della mucosa orale
  • perdita di elasticità cutanea
  • riduzione della produzione di urina
  • riduzione della lacrimazione

Diagnosi 

La diagnosi della gastroenterite virale si basa sui sintomi, sull’esame fisico del paziente, e talvolta sulla consapevolezza della contestuale presenza di identici quadri clinici nella comunità in cui vive il paziente. E’ possibile effettuare una diagnosi diretta attraverso test rapidi in grado di rilevare nelle feci la presenza del virus, o in maniera indiretta, escludendo possibili infezioni batteriche o parassitarie.

Trattamento, alimentazione consigliata e raccomandazioni

Dato che si tratta di un disturbo il più delle volte di natura virale, non esiste un farmaco specifico che permette di curare la gastroenterite virale in modo mirato ed efficace. In questi casi, l’unico modo per guarire è intraprendere una terapia farmacologica volta a curare i sintomi più fastidiosi come diarrea, crampi addominali e vomito. È possibile assumere paracetamolo per alleviare il disagio e riposare in abbondanza.

Di fondamentale importanza è bere molti liquidi ed apposite soluzioni reidratanti a piccoli sorsi ma frequenti, ed evitare di assumere antidiarroici che potrebbero ritardare l’eliminazione dei virus nelle prime fasi. In fase acuta è necessario evitare alimenti solidi, per far riposare il tubo digerente. Per rinforzare le vie digestive messe duramente alla prova dall’infezione, può essere utile assumere probiotici in grado di ripopolare il microbiota intestinale e ripristinare l’equilibrio (3). I più indicati sono quelli a base di Saccharomyces boulardii e Lactobacillus rhamnosus GG, che esercitano un’azione antinfiammatoria e contribuiscono a mantenere integro il tessuto che riveste l’intestino. Una metanalisi della Cochrane ha raccolto i risultati di 23 studi controllati, randomizzati, realizzati in diversi Paesi su un totale di 352 adulti e 1.441 bambini con diarrea di origine infettiva. Il trattamento con vari probiotici è in grado di abbreviare la durata media della diarrea di 1,3 giorni rispetto al placebo o a nessun trattamento (4). 

Passata la fase più critica si potrà riprendere una alimentazione fatta di cibi nutrienti, leggeri e poco conditi in pasti frazionati per non appesantire lo stomaco. Non esistono regole rigide da seguire: è sufficiente indirizzarsi verso alimenti freschi, ricchi di vitamine e sali minerali, come frutta, verdura, carboidrati complessi e facilmente digeribili; senza dimenticare piccole quantità di carne magra o pesce, cucinate in modo semplice e con pochi grassi.

Si consiglianp pertanto:

  • pasta in bianco
  • pane tostato e alimenti secchi (taralli semplici, grissini ecc.)
  • riso, senza disperdere l’amido che si sprigiona con la bollitura, in quanto sostanza utile nella diarrea
  • patate bollite
  • polenta
  • passati di verdure (zuppa di carote in particolare, le carote possono anche essere consumate crude)
  • limone
  • banane 
  • carni magre, facilmente digeribili (meglio, quindi, se cotte al vapore), in particolare pollo e tacchino
  • pesce, anch’esso bollito o cotto al vapore; prediligere quello azzurro, come il merluzzo
  • parmigiano, formaggio facilmente digeribile e di alto valore nutrizionale

Sono al contrario da evitare:

  • bevande bollenti o troppo calde (la temperatura troppo elevata può irritare le pareti intestinali)
  • cibi troppo elaborati e grassi: fritti, dolciumi, cibi piccanti o molto conditi
  • latte e derivati del latte (formaggi, burro e yogurt) in quanto, nel corso della virosi, la mucosa intestinale è impoverita delle sostanze necessarie per la digestione di questi alimenti
  • caffeina (azione irritante sulla mucosa intestinale)
  • alcol (azione disidratante),
  • fumo e bibite gassate

Importante anche l’assunzione di un multivitaminico e in particolare di vitamina C (presente nel ribes rosso oltre che in arance, limoni, pompelmo, kiwi, etc.) per via del suo ruolo immunostimolante, e delle vitamine del gruppo B (dalla vitamina B1 alla B12) per la loro comprovata utilità nel fornire energia durante gli stati di affaticamento e per supportare le attività neurocognitive del sistema nervoso migliorando così memoria, concentrazione e tolleranza allo stress.

Articolo scritto dalla Dott.ssa Elena Coradeschi

Bibliografia

            1. Oh, D. Y., Gaedicke, G., & Schreier, E. (2003). Viral agents of acute gastroenteritis in German children: prevalence and molecular diversity. Journal of medical virology71(1), 82-93.

            2. Weinberg, A. D., Minaker, K. L., Coble, Y. D., Davis, R. M., Head, C. A., Howe, J. P., … & Skelton, W. D. (1995). Dehydration: evaluation and management in older adults. Jama274(19), 1552-1556.

            3. Fooks, L. J., Fuller, R., & Gibson, G. R. (1999). Prebiotics, probiotics and human gut microbiology. International dairy journal9(1), 53-61.

            4. Allen S et al. Probiotics for treating infectious diarrhoea (Cochrane Review). In: The Cochrane Library, Issue 4, 2004.

            5. Wen, L., Ley, R. E., Volchkov, P. Y., Stranges, P. B., Avanesyan, L., Stonebraker, A. C., … & Gordon, J. I. (2008). Innate immunity and intestinal microbiota in the development of Type 1 diabetes. Nature455(7216), 1109.

Influenza 2018-2019: il picco a fine Gennaio

Indice

Cos’è l’influenza

L’influenza è una malattia infettiva acuta causata da virus, essendo molto contagiosa assume le caratteristiche di una epidemia. Ogni anno, in generale, si manifesta tra dicembre e gennaio ed investe milioni di persone in tutto il mondo.

Dall’inizio della stagione, l’influenza 2018-2019 ha messo a letto più di 1,5 milioni di italiani. Tuttavia i numeri sono destinati a crescere e il picco massimo di quest’anno, a differenza dagli altri anni avverrà tra fine gennaio e i primi di febbraio, colpendo circa 5 milioni di italiani (1). 

Stando ai rapporti diffusi dall’ISS (Istituto Superiore di Sanità) solo nella prima settimana di gennaio l’influenza avrebbe fatto registrare 323mila nuovi casi (un’incidenza pari a 5,7 ogni mille assistiti), portando a quota 1.813.000 le persone colpite dall’inizio della stagione influenzale. Piemonte, Lazio, Abruzzo, Campania e Sicilia sono le Regioni più colpite dal virus con oltre 6 nuovi malati per 1000 assistiti. 

Nel mondo è responsabile di circa 650000 morti ogni anno (dati OMS) e questo dato è limitato al conteggio dei casi fatali legati a complicazioni respiratorie, quindi l’impatto reale è con buona probabilità ancora maggiore; se la maggior parte dei pazienti si riprende entro pochi giorni/settimane, i pazienti a rischio possono sviluppare complicanze a seni paranasali, orecchie, tratto respiratorio e addirittura a cuore e cervello.

Colpisce principalmente l’apparato respiratorio, dal naso ai polmoni. Ciò che caratterizza questa malattia, oltre alla grande contagiosità, è la capacità che hanno i virus di mutare di stagione in stagione, obbligando così il nostro sistema immunitario a produrre nuovi anticorpi in modo da sconfiggerli. Anche se ha generalmente decorso benigno, l’infezione può essere grave o addirittura mortale per alcune categorie a rischio. Per questo motivo, un ruolo fondamentale nella difesa della nostra salute, lo riveste la vaccinazione annuale, soprattutto per quelle categorie a rischio come bambini, donne in gravidanza, anziani sopra i 65 anni e soggetti affetti da patologie cardiache, respiratorie ed immunitarie. È inoltre consigliato a tutte quelle categorie di lavoratori particolarmente esposti al virus quali operatori sanitari e scolastici.

Sintomi

I sintomi dell’influenza compaiono improvvisamente, dopo un periodo di incubazione di circa 2 giorni, il paziente manifesta la brusca comparsa di:

  • brividi
  • febbre
  • mal di testa
  • dolori muscolari
  • tosse
  • mal di gola
  • congestione nasale 
  • stanchezza
  • sudorazione

Meno comuni sono invece i sintomi gastrointestinali come nausea e vomito, tranne che nella popolazione pediatrica dove si presentano con maggior frequenza. La maggior parte delle persone colpite recupera completamente nel giro di 7-10 giorni.

Oltre all’influenza “tradizionale”, inoltre, sta girando anche il norovirus, un virus che sta causando forti gastroenteriti di origine non batterica. Il norovirus causa infezioni di breve durata, circa due giorni, ma caratterizzati da violenti attacchi di vomito e diarrea (2). È un virus molto contagioso che non dà praticamente scampo. La sua diffusione è comunissima, specie negli ambienti lavorativi ma anche nei posti molto affollati come le scuole. Durante la fase acuta dell’attacco è importante bere molta acqua per prevenire la disidratazione.

Trasmissione

I virus dell’influenza si diffondono principalmente tramite le goccioline di saliva emesse tossendo, starnutendo o parlando. Queste goccioline possono arrivare in bocca o nel naso di individui vicini o essere eventualmente inalate nei polmoni. Oppure mediante il contatto delle nostre mani con superfici di oggetti contaminati. L’influenza diffonde rapidamente soprattutto in ambienti affollati, come uffici, mezzi di trasporto, scuole, ospedali, centri commerciali ecc. Per evitare il contagio, si dovrebbe stare lontano dagli ammalati e stare a casa se colpiti in prima persona. Un importante accorgimento è lavarsi le mani spesso con acqua e sapone. La maggior parte degli adulti sani può trasmettere l’influenza dal giorno prima della comparsa dei sintomi fino a 5-7 giorni dopo. I bambini possono trasmettere il virus per più di 7 giorni. I sintomi iniziano 1-4 giorni dopo l’ingresso nel corpo del virus. Ciò significa che si può essere contagiosi prima di sapere di essersi ammalati, nonché durante il decorso. Alcuni possono infettarsi ma non sviluppare sintomi. In tale periodo, possono però trasmettere il virus ad altri. I virus resistono particolarmente bene anche nell’ambiente e la trasmissione è facilitata da ambienti affollati, situazioni di bassa temperatura ed alta umidità. Il virus influenzale è diffuso in tutto l’organismo, anche nel latte, dove peraltro sono presenti anche gli anticorpi. La trasmissione dell’infezione, però, avviene soprattutto per via “aerea”, quindi, per evitare di contagiare il bambino è consigliabile allattare mettendo una mascherina sulla bocca.

Come prevenire l’influenza

Alcune semplici abitudini aiutano a prevenire la diffusione delle malattie infettive in generale, e quelle che si trasmettono per via aerea come l’influenza:

  • Lavare spesso le mani con acqua e sapone, in particolare dopo avere tossito e starnutito e dopo aver frequentato luoghi e mezzi di trasporto pubblici. Lavarsi spesso le mani rappresenta sicuramente l’intervento preventivo di prima scelta, ed è la pratica riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), tra le più efficaci per il controllo della diffusione delle infezioni anche negli ospedali.
  • Coprire naso e bocca con un fazzoletto (possibilmente di carta) quando si tossisce e starnutisce e gettare immediatamente il fazzoletto usato.
  • Evitare di toccare occhi, naso e bocca con le mani non lavate; i germi, e non soltanto quelli dell’influenza, si diffondono in questo modo.
  • Rimanere a casa se malati, evitando di intraprendere viaggi e di recarvi al lavoro o a scuola, in modo da limitare contatti possibilmente infettanti con altre persone.

Come comportarsi ai primi sintomi

È molto importante bere molti liquidi, soprattutto se avete la febbre alta e sudate molto, per evitare di andare incontro a stati di disidratazione più o meno significativa, che aumentano la debilitazione e riducono la capacità dell’organismo di contrastare i microrganismi patogeni. A rischiare maggiormente la disidratazione e i suoi effetti sfavorevoli sono soprattutto i bambini più piccoli e gli anziani, che sono anche le due categorie di persone che percepiscono meno lo stimolo della sete e vanno, pertanto, invitate a bere spesso acqua o qualunque altro liquido sia gradito (succhi di frutta, camomilla, tisane, tè leggero, latte, brodi ecc.). Inoltre, dal momento che qualunque infezione fa sentire un po’ deboli e giù di corda, diamo la giusta importanza al riposo, dormire aiuta a sconfiggere l’influenza. Gli esperti hanno scoperto una proteina chiamata Acpb che viene prodotta dal cervello durante il sonno e che è in grado di innescare azioni antifiammatorie e di contrastare l’influenza. Con il sonno e il riposo il nostro organismo si rigenera e si avvia verso la guarigione (3).

E’ consigliabile areare periodicamente gli ambienti, sia per migliorare la respirazione sia per abbassare la concentrazione nell’aria dei virus dell’influenza e ridurre pertanto la probabilità di trasmissione ad altre persone. 

Anche lavarsi le mani spesso con acqua e sapone o gel disinfettanti, usare biancheria separata in bagno e mettere in lavastoviglie bicchieri, tazze e posate immediatamente dopo l’uso sono buone strategie di prevenzione in ambito familiare, da rispettare durante tutta la durata dell’influenza (o di altre malattie infettive da raffreddamento, anche meno importanti).

Rimedi farmacologici

I farmaci possono aiutare ad alleviare febbre e malessere generale ma anche prevenire il rischio di convulsioni nei bambini più piccoli predisposti, in caso di episodi febbrili caratterizzati da bruschi innalzamenti e altrettanto repentine riduzioni della temperatura corporea.

Per pazienti sopra i 16 anni che non soffrono di patologie croniche che impongono l’assunzione di farmaci specifici, si può ricorrere ai FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei).

I FANS, come per esempio ibuprofene, ketoprofene e acido acetilsalicilico, agiscono da antipiretici, antinfiammatori e analgesici, e la loro efficacia e sicurezza sono comprovate da un uso consolidato su decine di milioni di persone in tutto il mondo. Ogni singola assunzione vi permetterà di abbassare rapidamente la temperatura corporea, alleviare i dolori osteomuscolari e il mal di testa e di stare complessivamente meglio. Anche per i bambini sono indicati alcuni tipi FANS ma è sempre preferibile interpellare il pediatra prima di somministrare il farmaco e ricevere dal medico precise indicazioni sul dosaggio da impiegare (stabilito in base al peso e all’età) e sui tempi della cura (intervallo tra le somministrazioni e giorni totali di terapia). Esistono anche altri farmaci che possono aiutare ad alleviare i sintomi dell’influenza.

Sia negli adulti sia nei bambini, prima di assumere antipiretici è bene verificare con l’aiuto di un termometro affidabile la temperatura corporea presente: in generale, se la temperatura è inferiore a 38,0°C, non si dovrebbero usare farmaci per abbassarla perché, entro certi limiti, la febbre è una reazione fisiologica dell’organismo che aiuta a combattere i microrganismi patogeni e favorisce la guarigione. Tuttavia, se il malessere associato all’influenza è notevole o in caso di bambini che tendono ad avere convulsioni, gli antipiretici possono essere impiegati anche in caso di febbre modesta (37,5-38°C). Una febbre molto elevata (superiore a 39,0-39,5°C), d’altro canto, deve essere sempre guardata con sospetto, soprattutto se non scende dopo 2-3 dosi di antipiretico (opportunamente distanziate nel tempo) e se si associa a uno stato di prostrazione evidente, specie nei bambini e negli anziani. In questi casi, va sempre interpellato il medico per una valutazione competente e per svolgere gli approfondimenti del caso. 

Cosa non fare: antibiotico-resistenza

Un comportamento sbagliato ma ancora molto comune è quello di assumere un qualunque antibiotico disponibile ai primi sintomi di un mal di gola o febbre. Gli antibiotici sono farmaci importantissimi ed efficaci ma non contro qualsiasi malattia infettiva. Essi possono uccidere solo i batteri, occorre pertanto distinguere un’infezione virale da una batterica. Tant’è che batteri diversi si curano con antibiotici differenti! Solo il medico, grazie alla sua esperienza, potrà valutare se è necessario o meno prescrivere l’antibiotico e quale sia quello giusto. Ci sono poi altre ottime ragioni per non assumere antibiotici ai primi segni di febbre, raffreddore o per un banale mal di gola. La prima è che assumere antibiotici in modo scorretto espone inutilmente al rischio di effetti indesiderati (disturbi intestinali e reazioni allergiche) che possono essere anche gravi. Inoltre l’uso improprio di antibiotici aumenta il rischio di sviluppare resistenze, per cui i batteri diventano immuni ai farmaci rendendo le cure inefficaci per tutti. Il fenomeno dell’antibioticoresistenza batterica in ambito clinico costituisce un grave problema di salute pubblica, essendo legato ad aumenti dei tassi di morbosità e mortalità dei pazienti affetti da queste infezioni (4). Per contrastare il fenomeno occorre focalizzare gli sforzi su un trave di antibiotici sempre più mirato al paziente e all’infezione in atto. É imperativo che le organizzazioni sanitarie mettano in campo strategie e attività per migliorare la cultura e la sensibilità dei clinici a una maggiore appropriatezza e attenzione nell’utilizzo degli antibiotici. La sorveglianza dell’uso degli antibiotici e delle resistenze risulta quindi di fondamentale importanza per valutare le dimensioni e l’andamento del fenomeno, e per misurare l’efficacia degli interventi messi in atto per contenerlo. Gli antibiotici funzionano solo se sono presi nelle dosi giuste e nei tempi stabiliti per cui, prima di assumerli, è sempre necessario consultare un medico!

Vaccini: un po’ di informazioni

Influenza stagionale 2018-2019: il punto della situazione 

La rilevazione dei dati delle sindromi influenzali (InfluNet) è iniziata, come di consueto nella 42esima settimana del 2018 (lunedì 15 ottobre 2018) e terminerà nella 17esima settimana del 2019 (domenica 28 aprile 2019), salvo ulteriori comunicazioni legate alla situazione epidemiologica nazionale.

Durante la 2a settimana del 2019, brusco aumento dei casi di sindrome influenzale, sebbene l’incidenza si mantiene ad un livello di bassa entità. Il numero di casi stimati in questa settimana è pari a circa 431.000, per un totale, dall’inizio della sorveglianza, di circa 2.246.000 casi.


Articolo scritto dalla Dott.ssa Elena Coradeschi


Bibliografia 

    • Jones, M. K., Watanabe, M., Zhu, S., Graves, C. L., Keyes, L. R., Grau, K. R., … & Tibbetts, S. A. (2014). Enteric bacteria promote human and mouse norovirus infection of B cells. Science346(6210), 755-759.
    • Davis, C. J., Dunbrasky, D., Oonk, M., Taishi, P., Opp, M. R., & Krueger, J. M. (2015). The neuron-specific interleukin-1 receptor accessory protein is required for homeostatic sleep and sleep responses to influenza viral challenge in mice. Brain, behavior, and immunity47, 35-43.
    • Alanis, A. J. (2005). Resistance to antibiotics: are we in the post-antibiotic era?. Archives of medical research36(6), 697-705.

Vaccini: un po’ di informazioni

Il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (PNPV), approvato in Conferenza Stato-Regioni il 19 gennaio 2017 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 febbraio 2017, costituisce il documento di riferimento in cui si riconosce, come priorità di sanità pubblica, la riduzione o l’eliminazione del carico delle malattie infettive prevenibili da vaccino, attraverso l’individuazione di strategie efficaci e omogenee da implementare sull’intero territorio nazionale (5). Per quanto riguarda l’influenza, il PNPV ha come obiettivo il raggiungimento di coperture per la vaccinazione antinfluenzale del 75%, come obiettivo minimo perseguibile, e del 95%, come obiettivo ottimale, negli ultrasessantacinquenni e nei gruppi a rischio. Il periodo destinato alla conduzione delle campagne di vaccinazione antinfluenzale è quello autunnale, a partire dalla metà di ottobre fino a fine dicembre, fatte salve specifiche indicazioni (.

In Italia sono disponibili due tipologie di vaccini anti-influenzali:

Vaccini influenzali inattivati (VII)

Attualmente in Italia sono disponibili Vaccini antinfluenzali Trivalenti (TIV) che contengono 2 virus di tipo A (H1N1 e H3N2) e un virus di tipo B e Vaccini antinfluenzali Quadrivalenti (QIV) che contengono 2 virus di tipo A (H1N1 e H3N2) e 2 virus di tipo B.
Uno dei prodotti trivalenti contiene l’adiuvante MF59, un’emulsione olio-in-acqua composta da squalene come fase oleosa. Gli altri prodotti inattivati non contengono un adiuvante.

Vaccino influenzale vivo attenuato quadrivalente (LAIV)

E’ un vaccino influenzale vivo attenuato somministrato con spray intranasale e autorizzato per l’uso in persone di età compresa tra 2 e 59 anni. I ceppi influenzali contenuti nel quadrivalente sono attenuati in modo da non causare influenza e sono adattati al freddo e sensibili alla temperatura, in modo che si replichino nella mucosa nasale piuttosto che nel tratto respiratorio inferiore.

Il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2017-19 raccomanda il raggiungimento della massima protezione possibile in relazione al profilo epidemiologico prevalente e alla diffusione dei ceppi. In considerazione del fatto che, per il quarto anno consecutivo, si è verificato il mis-match tra il ceppo circolante predominante dell’influenza B e il ceppo presente nel vaccino trivalente, il Centro Europeo per il controllo delle Malattie (ECDC) raccomanda ai Paesi Membri l’uso del vaccino quadrivalente.

Pertanto, sarebbe preferibile, a partire dai 6 mesi d’età, l’utilizzo del vaccino quadrivalente QIV per l’immunizzazione dei bambini e degli adolescenti, degli operatori sanitari, degli addetti all’assistenza e degli adulti con condizioni di malattia cronica.

Nelle donne in gravidanza, dato che il rischio maggiore è rappresentato dalle infezioni da virus A/H1N1pdm09, è possibile somministrare sia la formulazione trivalente che quadrivalente.

Il vaccino trivalente (TIV) adiuvato e non, e il quadrivalente (QIV) sono i prodotti raccomandati per gli adulti di età ≥ 65 anni. Dato il peso della malattia influenzale da virus A (H3N2) nei grandi anziani (75+) e l’evidenza di una migliore efficacia in questo gruppo di età, si prevede che, in questa categoria, la formulazione adiuvata del vaccino TIV, dovrebbe fornire una protezione superiore rispetto al vaccino non adiuvato trivalente e quadrivalente. La funzione degli adiuvanti è quella di potenziare la risposta immunitaria alla vaccinazione, per questo trovano particolare indicazione per l’immunizzazione dei soggetti anziani e di quelli poco rispondenti.

Il vaccino antinfluenzale è indicato per tutti i soggetti che desiderano evitare la malattia influenzale e che non abbiano specifiche controindicazioni e viene offerta attivamente e gratuitamente ai soggetti che per le loro condizioni personali corrano un maggior rischio di andare incontro a complicanze nel caso contraggano l’influenza.

Sulla base della Circolare del Ministero della Salute (5), la vaccinazione antinfluenzale è raccomandata per:
  • Donne che all’inizio della stagione epidemica si trovano nel secondo e terzo trimestre di gravidanza
  • Soggetti dai 6 mesi ai 65 anni di età affetti da patologie che aumentano il rischio di complicanze da influenza:
  1. malattie croniche a carico dell’apparato respiratorio (inclusa l’asma grave, la displasia broncopolmonare, la fibrosi cistica e la broncopatia cronico ostruttiva-BPCO)
  2. malattie dell’apparato cardio-circolatorio, comprese le cardiopatie congenite e acquisite
  3. diabete mellito e altre malattie metaboliche (inclusi gli obesi con BMI >30)
  4. insufficienza renale/surrenale cronica
  5. malattie degli organi emopoietici ed emoglobinopatie
  6. tumori
  7. malattie congenite o acquisite che comportino carente produzione di anticorpi, immunosoppressione indotta da farmaci o da HIV
  8. malattie infiammatorie croniche e sindromi da malassorbimento intestinali
  9. patologie per le quali sono programmati importanti interventi chirurgici
  10. patologie associate a un aumentato rischio di aspirazione delle secrezioni respiratorie (ad es. malattie neuromuscolari)
  11. epatopatie croniche.
  • Soggetti di età pari o superiore a 65 anni.
  • Bambini e adolescenti in trattamento a lungo termine con acido acetilsalicilico, a rischio di Sindrome di Reye in caso di infezione influenzale.
  • Individui di qualunque età ricoverati presso strutture per lungodegenti

Riepilogo degli indicatori disponibili per i casi di influenza 2018-2019

  • Casi gravi: Nella 2a settimana del 2019 sono stati segnalati 78 casi gravi da influenza confermata di cui 15 deceduto.
  • Mortalità: Durante la prima settimana del 2019 la mortalità è stata inferiore al dato atteso, con una media giornaliera di 235 decessi rispetto ai 255 attesi.
  • InfluWeb: durante la 2a settimana del 2019, circa il 72% dei casi di sindrome simil-influenzale riferisce di non essere stato visitato da un medico del Servizio sanitario nazionale ma di aver avuto una sindrome simil-influenzale.
  • InfluNet-Epi: nella 2a settimana del 2019 l’incidenza totale è pari a 7,1 casi per mille assistiti.
  • InfluNet-Vir: durante la settimana 02/2019 di sorveglianza virologica, si osserva un ulteriore incremento dei campioni positivi all’influenza. Tra questi, i virus di tipo A sono largamente dominanti (99%) sui virus B. In particolare, si registra una co-circolazione di virus influenzali A(H1N1)pdm09 e A(H3N2), con prevalenza di A(H1N1)pdm09.

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Curcuma, le proprietà di una spezia antichissima

La Curcuma

La curcuma, dall’arabo “Kurcum” che significa giallo, è una spezia antichissima ottenuta dalla essiccazione e macinazione del rizoma di Curcuma Longa (detta anche Turmeric) che ha dimostrato nell’arco dei secoli notevoli proprietà. Componente tra le altre cose del curry, è detta anche “Golden spice“, e da circa 4000 anni viene utilizzata quotidianamente dalle popolazioni dell’India come componente fondamentale della medicina Ayurvedica ma anche della loro cucina.

Le proprietà curative di questa pianta, oramai conosciuta da molto tempo dalla medicina tradizionale indiana, sono attualmente protagoniste di numerosi studi. Emerge infatti un notevole potere antinfiammatorio ed antiossidante della Curcuma che la rende un ottimo alleato in numerose patologie a base infiammatoria. Ad oggi l’infiammazione è considerata l’anticamera di patologie che vanno dalle più comuni infiammazioni articolari, alle più importanti patologie autoimmuni, ai tumori, all’Alzheimer, alle complicazioni cardiovascolari ed alla depressione.

A dimostrare l’importanza che rivestono i fattori antinfiammatori, intesi come prevenzione ma anche come cura, secondo Oshima et al. (2014), il 25% di tutti i tumori maligni sono la conseguenza di infammazione cronica e stress ossidativo. In conseguenza a tali affermazioni negli ultimi anni è stata presa in considerazione la possibilità di utilizzare i cosiddetti farmaci antinfiammatori, in particolare i FANS (nimesulide, ibuprofene, acido acetilsalicilico ecc.) per la cura e la prevenzione di patologie come i tumori e patologie cardiovascolari. Purtroppo i numerosi effetti collaterali in termini di gastrolesività e cardiotossicità hanno reso tale possibile utilizzo non applicabile. Da qui nasce questa crescente attenzione nei confronti di prodotti di origine naturale come la curcumina, che presenta buoni valori nella risposta antinfiammatoria ed antiossidante e bassi profili di tossicità.

Curcuma Longa e Curcumin

Le proprietà della Curcuma sono dovute alla presenza dei curcuminoidi, molecole dotate di attività antiossidante della classe dei polifenoli, sostanze presenti in natura in numerosi alimenti che noi mediterranei conosciamo molto bene: frutta, verdura, cereali, legumi, olio extravergine di oliva, ma anche cioccolato fondente, vino rosso, tè e caffè.
I polifenoli rappresentano i composti in primo piano della dieta mediterranea che è caratterizzata da un’ attività antinfiammatoria e preventiva di numerose patologie, tanto da essere stata valorizzata dalle ricerche epidemiologiche e cliniche di questi ultimi anni (Benelli et al., 2015).

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Di tutte le varietà di Curcuma quella Longa è la più conosciuta e studiata. Dalla procedura di estrazione con solventi si ottengono concentrazioni di Curcumin (o Curcumina) il curcuminoide più importante, che variano dal 2 al 7% a seconda della qualità della pianta. Il Curcumin, costituisce il 95-97% dei curcuminoidi e le sue proprietà antiossidanti ed antinfiammatorie sono proprio dovute alla sua struttura molecolare. Le problematiche più importanti nell’utilizzo della Curcuma riguardano proprio il fatto che il Curcumin ha una bassa biodisponibilità, motivo per cui gli studi recenti si sono concentrati su formulazioni ad aumentata biodisponibilità del principio attivo stesso.

Curcuma e proprietà

La Curcuma, ha dimostrato proprietà importanti, convalidate da numerosi studi scientifici.

Qui sono elencate quelle di maggior rilievo:

  • miglioramento della digestione
  • miglioramento dei profili cardiovascolari
  • attività depurativa ed antinfiammatoria epatica
  • miglioramento degli stati infiammatori osteoarticolari e delle patologie autoimmuni
  • proprietà antitumorali
  • proprietà antidepressive ed ansiolitiche

Ma andiamo a vedere più nello specifico.

Miglioramento della digestione

La Curcuma è dotata di attività coleretiche (aumento della secrezione della bile) e colagoghe ( stimola la contrazione della colecisti con conseguente svuotamento della bile nell’intestino). Questa sua caratteristica porta ad un miglioramento dei processi digestivi e favorisce un ricambio della bile con prevenzione delle calcolosi biliari stesse. Purtroppo però non dovrebbe essere utilizzata da persone che sono già affette da calcolosi biliari o da ostruzioni della colecisti, in quanto potrebbe esacerbare sintomatologie come le coliche epatiche. Ricordiamo che in tali casi è sempre importante avere un parere medico.

Mioglioramento dei profili cardiovascolari

La Curcuma ha dimostrato importanti attività cardiovascolari. In primis causa un decremento del colesterolo fino a -12% con aumento del colesterolo buono (HDL) fino al 25-30%. Le caratteristiche antiossidanti del Curcumin inibiscono l’ossidazione dei grassi, prevenendo la formazione delle placche ateromatose, sfavorendo così i processi aterosclerotici. Non da trascurare le sue proprietà anticoagulanti, ovvero la capacità di aumentare la fluidità del sangue, utile nella prevenzione dei fenomeni trombotici. Quest’ultima caratteristica deve essere tenuta in considerazione in quei pazienti che utilizzano farmaci per la coagulazione, in particolare Warfarin (Coumadin).

Attività depurativa ed antinfiammatoria epatica

Dotata di proprietà epatoprotettive e disintossicanti, riduce tutti quei processi infiammatori e di accumulo che nel fegato possono portare  a steatosi o calcolosi epatiche. Come abbiamo detto sopra, nei pazienti con calcolosi epatiche od ostruzione della colecisti è importante avere un parere medico prima di assumere la Curcuma.

Miglioramento degli stati infiammatori osteoarticolari e delle patologie autoimmiuni

La Curcuma e nello specifico la Curcumina hanno dimostrato effetti antinfiammatori importanti inibendo enzimi come la COX-2 e la 5-LOX, responsabili della formazione dei fattori pro-infiammatori, ed al tempo stesso riducendo localmente la formazione di sostanze proinfiammatorie come citochine, ROS ed RNS. Tali attività si sono dimostrate efficaci nel trattamento di patologie infiammatorie croniche come le artriti ma anche in patologie autoimmuni più importanti come la sclerosi multipla, il Lupus e l’artite Reumatoide stessa (Advances in Experimental Medicine and Biology 595:425-51, February 2007).

Proprietà antitumorali

La sua capacità di inibire enzimi come COX-2 e 5-LOX, responsabili della formazione di fattori infiammatori importanti, ma anche citochine, molecole di adesione e fattori di crescita, ha destato l’interesse della comunità scientifica. Sappiamo oggi che circa il 25% dei casi di cancro nel mondo sono da attribuire all’infiammazione cronica (Hiraku et al. Cancer and in ammnation mechanisms. Ed. Wiley, 2014). In seguito a tale affermazione non ci deve stupire l’interesse che suscita la Curcuma nello sviluppo di eventuali farmaci antitumorali innovativi viste le sue proprietà antiossidanti ed antinfiammatorie.

 

Proprietà antidepressive ed ansiolitiche

Infiammazione e stress ossidativo sono fattori chiave nella patogenesi della neurotossicità e dell’alterazione dell’asse Ipotalamo-Pituitario-Surrenalico che inducono ansia e depressione. Il Curcumin, con i sui meccanismi antinfiammatori ed antiossidanti, contrasta tali effetti, agendo in modo indiretto in modo positivo sull’omeostasi dell’umore.

Conclusioni

La Curcuma è tutt’oggi studiata su molti fronti. Le sue potenzialità la rendono interessante per applicazioni di varia natura. turmeric-3006644_960_720Nonostante tutto, dobbiamo sempre tenere in considerazione il fatto che i principi attivi in essa contenuti possono avere anche effetti collaterali non trascurabili, in caso di abuso, ma anche di associazione con altri farmaci in terapie multiple. A tal proposito è importante sempre ricordare che ciò che è naturale non è sempre innocuo. E’ importante avere un parere professionale del tuo farmacista di fiducia o del tuo medico per garantire un utilizzo corretto dei rimedi naturali, in modo da trarne il massimo beneficio con il minimo rischio.

Dott. ssa Martina Bernardini

 

Perchè alcuni cibi saziano più di altri?

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PERCHÉ ALCUNI CIBI SAZIANO PIÙ DI ALTRI?


Alcuni alimenti, una volta consumati danno un senso di sazietà e soddisfazione notevole, mantenendoci liberi dalla fame per un lungo periodo di tempo. Altri, al contrario, riempiono pochissimo e già qualche ora dopo averli consumati abbiamo di nuovo fame.

La risposta a questa domanda è alla base di una scelta consapevole del cibo che ci permette di sfruttare al meglio le sue potenzialità ed al tempo stesso prevenire numerose patologie legate ad una alimentazione e stili di vita scorretti.

Il fulcro del discorso ruota intorno ad un ormone importantissimo, l’insulina.

Insulina

L’insulina è un ormone peptidico secreto dalle cellule beta delle isole di Langherhans all’ interno del pancreas, ed è indispensabile per il metabolismo degli zuccheri. Esso consente all’organismo di utilizzare il glucosio per i processi energetici all’interno delle cellule.
L’insulina viene secreta quando il livello di glucosio nel sangue è troppo alto, con la funzione di ridurre la glicemia attraverso l’attivazione di diversi processi metabolici e cellulari (1). Quando l’insulina è prodotta in quantità non sufficiente dal pancreas oppure le cellule dell’organismo non rispondono alla sua presenza, nel sangue si avranno livelli di glucosio più alti del normale (iperglicemia) favorendo la comparsa del diabete. L’insulina ha un ruolo importante sul senso di sazietà. Nel sistema nervoso centrale, soprattutto nei neuroni che costituiscono il centro ipotalamico per la sazietà, troviamo i recettori per l’insulina. Numerosi studi hanno recentemente dimostrato la presenza di specifici recettori dell’insulina o siti di legame all’interno di regioni cerebrali, suggerendo che l’insulina interagisce effettivamente con il cervello (2). Nell’encefalo, infatti, quest’ormone non regola il metabolismo del glucosio, ma regola l’assunzione di cibo in quanto attenua la sensazione di fame. Di conseguenza, quando una persona ha un basso livello di insulina tende a mangiare più del dovuto, in quanto l’insufficiente azione dell’insulina non gli fa percepire la sazietà, con maggiore facilità ad ingrassare.

L’indice Glicemico

L’indice glicemico (IG) è un parametro elaborato agli inizi degli anni ’80 dal prof. Jenkins dell’Università di Toronto che classifica gli alimenti in base alla loro influenza sul livello di glucosio nel sangue (glicemia). Tutti dovremmo avere un’idea di che cosa sia e di come tenerne conto nell’alimentazione quotidiana, perché ormai è chiaro che preferire una dieta a base di cibi a basso indice glicemico fa bene alla salute: l’ultima dimostrazione arriva da uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences (3), secondo cui un’alimentazione a basso indice glicemico riduce il rischio di degenerazione maculare connessa all’invecchiamento, proteggendo la retina e la vista. 

L’indice glicemico misura la capacità di un determinato glucide di alzare la glicemia dopo il pasto rispetto a uno standard di riferimento che è il glucosio puro. Ci indica pertanto la sua capacità d’indurre una secrezione di insulina. Sappiamo che più la risposta insulinica è alta, maggiore è il rischio di prendere peso (4). 

I livelli di glucosio nel sangue (glicemia) non sono costanti, ma seguono un andamento curvilineo; fasi di crescita che portano ad un picco glicemico, si alternano ad altre di diminuzione, dipendenti dai pasti e dalla loro composizione. L’andamento dei livelli glicemici dopo un pasto è influenzato dalla quantità e dalla qualità degli alimenti assunti (5).

Gli alimenti “sazianti” e il picco glicemico

Spesso capita di avere fame poche ore dopo aver fatto colazione, pranzato o cenato, questo accade perché si scelgono alimenti poco sazianti.

Ci sono cibi definiti ad elevato indice glicemico che inducono un forte rilascio di insulina ed un elevato picco glicemico. Tale picco tenderà però a scendere rapidamente costringendo il nostro organismo a richiedere altro cibo mediante lo stimolo della fame e predisporre al sovrappeso (6).

 

Il senso di sazietà non è solo una questione fisica, è una risposta neurologica controllata da specifiche regioni dell’ipotalamo. Il sottile equilibrio tra i diversi ormoni che regolano questa sensazione può essere alterato da fattori genetici ed in questi casi il soggetto sarà più o meno predisposto a mangiare di più. Al di là dei fattori soggettivi, esistono numerosi altri fattori obiettivi che possono essere controllati con una corretta alimentazione. Tuttavia la sazietà è il risultato di meccanismi complessi, abbiamo la sazietà omeostatica, che regola l’introito energetico, e quella edonistica: non meno importante perché anche il cervello, dopo un pasto, deve sentirsi “soddisfatto”. Le vie della sazietà cerebrale sono le stesse che vengono sollecitate da altri piaceri, come la musica o il sesso.

E’ fondamentale pertanto perseguire il più possibile un’alimentazione giusta e al tempo stesso gratificante. 

Scegliendo cibi a basso indice glicemico come ad esempio verdura e legumi, si induce un minor rilascio di insulina e il picco glicemico risulta più basso ma più duraturo nel tempo e la fame arriva dopo un periodo di tempo più lungo.

Curva glicemica: variazione della concentrazione di glucosio (glicemia) nel sangue nel tempo. La curva Arancio corrisponde ad un andamento normale, mentre la curva Rossa ad un andamento anormale.

Come controllare il picco glicemico

Per cercare di controllare il picco glicemico postprandiale possiamo attuare delle strategie. 

La prima cosa da fare è preferire i cibi con indice glicemico basso, come uova, pesce, formaggi, carne, ortaggi verdi, e limitando, o meglio ancora evitando, quelli con un indice glicemico alto, come carboidrati raffinati, cornflakes, patate fritte, purè di patate.

Inoltre prediligere i cibi integrali che sono ricchi di fibra idrosolubile, la quale assorbendo acqua favorisce la formazione di un gel che modula il passaggio del glucosio e dei grassi dall’intestino al circolo sanguigno, ostacolando così i picchi di glicemia e di produzione dell’insulina da parte del pancreas.

Fare attenzione ai formati della pasta. I formati corti, come penne e fusilli, hanno un indice glicemico maggiore degli spaghetti, probabilmente perché la particolare lavorazione della pasta lunga favorisce la cristallizzazione dell’amido, che si traduce in tempi di digestione e di conseguenza di assimilazione più lunghi. Inoltre è importante mangiare la pasta al dente.

Per quanto riguarda il pane, un trucco per contenere l’indice glicemico piuttosto elevato di questo alimento buono e tipico della nostra tradizione è consumarlo tostato.

Non meno importante è agire modificando lo stile di vita, adottando una dieta sana e svolgendo regolarmente attività fisica.

Dott.ssa Elena Coradeschi


Bibliografia

  • Rassu, S. Il pancreas endocrino.
  • WOODS, S. C., & PORTE JR, D. A. N. I. E. L. (1983). The role of insulin as a satiety factor in the central nervous system. In Advances in metabolic disorders (Vol. 10, pp. 457-468). Elsevier.
  • https://www.pnas.org/
  • Venn, B. J., & Green, T. J. (2007). Glycemic index and glycemic load: measurement issues and their effect on diet–disease relationships. European journal of clinical nutrition, 61(S1), S122.
  • Jenkins, D. J., Wolever, T. M., Taylor, R. H., Barker, H., Fielden, H., Baldwin, J. M., … & Goff, D. V. (1981). Glycemic index of foods: a physiological basis for carbohydrate exchange. The American journal of clinical nutrition, 34(3), 362-366.
  • Brand-Miller, J. C., Holt, S. H., Pawlak, D. B., & McMillan, J. (2002). Glycemic index and obesity. The American journal of clinical nutrition, 76(1), 281S-285S.